«Mamma, spegni la luce!» Poi l’esplosione mi ha cambiato il volto: per mesi ho vissuto nascosta, finché qualcuno ha bussato alla mia porta

«Mamma, spegni la luce! Sento odore di gas!»

Non feci in tempo a finire la frase. Ci fu un colpo secco, poi una fiammata azzurra e arancione mi investì il viso. Ricordo il rumore del vetro, mia madre che urlava il mio nome e io che mi portavo le mani alla faccia senza capire perché la pelle bruciasse così tanto.

Avevo acceso l’interruttore della cucina. Bastò quella scintilla.

Quando riaprii gli occhi ero in ospedale, con la gola secca e il volto coperto. Mia madre, Anna, era seduta accanto al letto con lo stesso maglione della sera dell’incidente. Aveva gli occhi gonfi e le mani strette attorno al rosario di mia nonna.

«Quanto è grave?» chiesi.

Lei abbassò lo sguardo.

«Sei viva, Giulia. Questo conta.»

Capii subito che non aveva risposto.

Le ustioni avevano colpito la guancia sinistra, il mento, parte del collo e il bordo dell’orecchio. I medici parlavano di medicazioni, innesti, rischio di retrazioni. Io sentivo soltanto parole lontane. Volevo uno specchio, poi appena un’infermiera me ne portò uno cambiai idea.

La prima volta che mi vidi urlai.

Non per il dolore. Quello, in qualche modo, era già diventato parte delle giornate. Urlai perché non riconobbi la ragazza riflessa. Il viso era gonfio, rosso, lucido. Il collo sembrava tirato da fili invisibili. Continuavo a cercare i miei lineamenti sotto quelle ferite, come se bastasse guardare meglio.

«Portalo via», dissi a mia madre. «Porta via quello specchio.»

Dopo tre settimane tornai nel nostro appartamento alla periferia di Bologna. Il proprietario sosteneva che la caldaia fosse stata controllata. Mia madre gli mostrò i messaggi inviati nei mesi precedenti, quelli in cui gli aveva scritto che sentivamo odore di gas.

«Non mi avete mai parlato di un’emergenza», rispose lui.

Mia madre tremava dalla rabbia.

«Mia figlia poteva morire.»

«Signora, non scarichi tutto su di me.»

Quella frase mi rimase addosso quasi quanto le bende. Lui smise perfino di rispondere al telefono. Noi, invece, continuammo a pagare l’affitto, le creme, le garze non coperte, i viaggi per le visite. Mia madre lavorava in una mensa scolastica e cominciò a fare pulizie la sera in uno studio dentistico.

Io passavo le giornate con le tapparelle abbassate.

Avevo paura del pianerottolo, del supermercato, perfino del balcone. Se sentivo qualcuno salire le scale, mi allontanavo dalla porta. All’università dissi che avevo problemi di salute, senza spiegare altro. Spegnevo la videocamera durante le lezioni e inventavo guasti alla connessione.

Una mattina mia madre entrò in camera e spalancò le tende.

«Basta, Giulia.»

«Chiudile.»

«No.»

Le tirai un cuscino. Lei non si mosse.

«Non sai cosa significa quando ti fissano.»

«No, non lo so. Ma so cosa significa vedere mia figlia seppellirsi viva.»

Le dissi una cosa orribile. Le dissi che era colpa sua perché aveva insistito per restare in quella casa, anche dopo i primi problemi alla caldaia. Appena pronunciai quelle parole avrei voluto riprendermele. Lei uscì senza rispondere.

Quella sera trovai sul tavolo una busta con le ricevute delle visite e il suo cedolino. Aveva lavorato così tanto che le mani erano piene di piccoli tagli. Mi sentii una vigliacca, ma non ebbi il coraggio di chiederle scusa.

Due giorni dopo qualcuno suonò alla porta.

Era Matteo, un collega del corso di Scienze della formazione. Prima dell’incidente studiavamo spesso insieme in biblioteca. Non eravamo amici stretti, ma era uno di quelli che ti conserva il posto senza farti pesare il ritardo.

«Ti ho portato gli appunti», disse attraverso la porta.

Io non aprii.

«Lasciali sullo zerbino.»

«Giulia, posso vederti?»

«No.»

Ci fu un silenzio lungo.

«Va bene. Però torno la settimana prossima.»

Pensai fosse pietà. Peggio ancora, curiosità. Quando tornò davvero, gli urlai di lasciarmi in pace. Lui appoggiò una cartellina a terra.

«Non sono venuto a guardarti. Sono venuto perché devi dare l’esame con me e da solo non capisco niente di pedagogia speciale.»

Mi scappò una risata. La prima dall’incidente. Subito dopo piansi dietro la porta, in silenzio.

Fu mia madre a trovare il centro specializzato. C’erano fisioterapisti, dermatologi e una psicologa, la dottoressa Francesca Rinaldi. Il primo giorno indossavo una sciarpa alta, nonostante facesse caldo, e tenevo il cappuccio alzato.

«Qui non deve dimostrare di essere forte», mi disse la dottoressa.

«Io non sono forte.»

«Allora partiamo da questo.»

La riabilitazione faceva male. Dovevo massaggiare le cicatrici, allungare lentamente il collo, indossare una maschera compressiva che mi faceva sentire ancora più diversa. A volte tornavo a casa furiosa. Una volta lanciai la crema nel lavandino e dissi che non sarei più andata.

Mia madre la raccolse.

«Puoi odiare tutto questo», disse. «Ma domani ci andiamo lo stesso.»

Durante le sedute psicologiche confessai ciò che non riuscivo a dire a nessuno: non temevo soltanto gli sguardi. Temevo di non essere più desiderabile, di non trovare lavoro, di essere presentata per sempre come “quella bruciata”. La dottoressa non provò a convincermi che nessuno mi avrebbe giudicata.

«Qualcuno lo farà», disse. «Il punto è decidere se quelle persone devono governare la sua vita.»

Matteo continuava a mandarmi messaggi sugli esami. Un pomeriggio accettai di studiare con lui a casa. Quando entrai in salotto senza sciarpa, abbassò per un attimo gli occhi. Quel gesto mi trafisse.

«Ti faccio impressione?» gli chiesi.

Lui diventò rosso.

«No. Stavo cercando di non fissarti, perché avevo paura che pensassi… insomma, ho fatto peggio.»

Rimanemmo entrambi impacciati. Poi aprì il libro e mi chiese la differenza tra integrazione e inclusione. Non mi trattò come una malata. Litigammo persino su una risposta, e fu bellissimo.

Il ritorno in università, però, fu brutale. Una ragazza nel corridoio mi fotografò di nascosto. Quella sera l’immagine finì in una chat con la frase: “È lei quella dell’esplosione?”. Matteo me lo disse prima che lo scoprissi da sola.

Mi chiusi nel bagno del dipartimento e chiamai mia madre.

«Avevo ragione io. Non dovevo tornare.»

«No», rispose lei. «Ha sbagliato chi ha fatto la foto. Non tu che sei uscita di casa.»

Segnalammo l’accaduto. La ragazza, Chiara, venne a chiedermi scusa piangendo. Disse che non voleva prendermi in giro, che era stata una stupidaggine. Io non la consolai. Le dissi soltanto che dietro quella foto c’erano mesi di dolore che lei aveva trasformato in pettegolezzo.

Poi tornai in aula.

Non fu una vittoria pulita. Mi tremavano le gambe e tenni lo sguardo sul quaderno per quasi tutta la lezione. Ma rimasi seduta fino alla fine.

Qualche settimana dopo sostenni l’esame con Matteo. Presi ventisette. Fuori dall’aula mia madre mi aspettava con due paste comprate al bar, anche se aveva detto di non potersi permettere spese inutili.

«Questa non è inutile», disse.

La abbracciai facendo attenzione al collo e finalmente le chiesi scusa per averla accusata. Lei pianse contro la mia spalla. Io pure.

La causa contro il proprietario è ancora aperta. Le cicatrici cambiano lentamente e ci sono mattine in cui evito lo specchio. Però adesso esco. Non sempre senza sciarpa, non sempre senza paura, ma esco.

Ho capito che accettarmi non significa amare ogni segno che porto. Significa smettere di chiedere il permesso agli altri per esistere.

Voi avreste trovato la forza di tornare in quell’aula? E si può davvero perdonare chi trasforma il dolore di una persona in una fotografia da condividere?