Amo mio nonno, ma mia nonna non mi vuole bene: Confessione di una nipote di Sarajevo

“Non ti serve altro caffè, Aida. Lasciane per noi.” Le parole di mia nonna Fadila cadono nel silenzio della cucina come uno schiaffo, mentre il cucchiaino nella sua tazza continua a girare con un ritmo secco. Ogni volta che metto piede in casa loro, mi viene in mente un inverno rigido: fuori c’è la neve che ricopre i tetti di Sarajevo, ma qui dentro il freddo non ha niente a che vedere con la stagione. Lo sento nelle ossa.

Mio nonno Senad invece è il sole che squarcia il cielo in mezzo alla nebbia: mi abbraccia forte quando arrivo, mi chiede della scuola e delle amiche, mi riempie sempre il piattino del baklava che mi piace tanto, anche se mia nonna finge di non vedere. Fa tutto in modo naturale, come se volesse compensare quello che manca dall’altra parte del tavolo.

“Allora, Aida, raccontami. Com’è andata la verifica di matematica?”

Non posso non sorridere. Gli racconto dei numeri che si confondono nella mia testa, di quanto una mia compagna avesse copiato e io non l’abbia mai fatto, nemmeno quando l’occasione era facile. A Senad brillano gli occhi, a Fadila si induriscono i lineamenti.

“Lasciala parlare se vuole,” taglia corto, mentre già raccoglie tazze e piatti: “Tanto a quest’età hanno sempre qualcosa da lamentarsi.” E se ne va in salotto, lasciando me e il nonno a guardarci in silenzio.

Sono cresciuta con questa divisione: mia madre lavora quasi tutto il giorno, papà ci ha lasciate quando avevo sette anni. Ho sempre trovato da Senad un rifugio, ma ogni volta dovevo attraversare una corazza fatta di risentimenti, domande senza risposta e uno sguardo, quello di Fadila, che diceva più delle sue poche parole.

Quando ero più piccola chiedevano in classe di disegnare la mia famiglia. Io coloravo tutto: la casa di pietra, la finestra con le tende bianche, il sorriso largo di nonno, la mano di mia madre sulla mia spalla, e poi una figura scura nell’angolo che doveva essere la nonna ma somigliava sempre a una nuvola.

Crescendo, ho cominciato a chiedermi perché lei non riuscisse a essere tenera con me, e perché soltanto io tra i cugini fossi trattata come una presenza ingombrante.

“Non ci viene mai a trovare,” sentivo dire alle cugine quando si lamentavano di me. Eppure era tutto il contrario: ero io che ogni venerdì bussavo alla porta, sperando che stavolta fosse differente. Ogni volta la stessa scena, la voce tirata di mia madre: “Dai, Aida, salutiamo i nonni e torniamo a casa.” Ma io rimanevo qualche minuto in più, sempre.

Un giorno, afferrando il coraggio a due mani, decisi di chiederlo.
“A nonna, ho fatto qualcosa che ti ha dato fastidio? Perché sembri sempre arrabbiata quando ci sono?”
Lei mi guardò come se non mi vedesse davvero. “Non è colpa tua. È la vita,” rispose.

C’è una stanza in casa loro in cui non ho mai messo piede: la stanza dove è cresciuta mia madre. Mia nonna la tiene chiusa a chiave. Nessuno, nemmeno mio nonno, ci entra. Una volta, spingendo la porta per sbaglio, ho visto fotografie in bianco e nero e un mucchietto di giocattoli impolverati. Da quel giorno, Fadila è stata più gelida del solito. Avevo toccato qualcosa di sacro.

Con Senad ne parlammo una sera d’estate. Eravamo in balcone, mentre lui fumava piano e guardava la città illuminata, cosparsa di moschee e minareti che raccontano storie antiche.

“Lo so che non è facile con tua nonna. Ma devi capire… La guerra l’ha cambiata. Da allora non riesce più a fidarsi. Ha perso un fratello, si è ritrovata con la casa mezza distrutta. E tua madre ha fatto scelte che forse lei non ha mai veramente accettato.”

Quella sera mi sono sentita ancora più sola e arrabbiata. Mi chiedevo perché il dolore dovesse passare di generazione in generazione, e perché io dovessi pagare il prezzo di ferite che non erano le mie.

Dopo il diploma, scappai per un anno a Mostar, a studiare. Ogni tanto mio nonno mi chiamava: “Quando torni, Aida? Qui i golubovi chiedono di te.” (I piccioni chiedono di te.)

Una volta tornata a Sarajevo per le ferie, entrai di nuovo nella casa. Mi accolse lo stesso profumo di minestra e lo stesso gelo. Questa volta, però, sentii la voce di Fadila agitata dietro la porta della stanza chiusa. La trovai davanti alla vecchia scrivania, con una lettera tra le mani e le lacrime che le bagnavano il viso.

Mi sedetti vicino e non dissi niente. Dopo un po’, senza guardarmi, sussurrò: “Ho perso due figli. E poi ho visto tua madre scegliere di andarsene. Quando sei nata, ho avuto paura di affezionarmi ancora. Ho paura che la vita mi tolga anche te.”

Mi mancò il fiato. Non avevo mai pensato che la sua freddezza fosse solo un altro tipo di dolore.

Non successe una riconciliazione da film. Nei mesi seguenti, i suoi gesti restarono bruschi e le parole poche. Ma ogni tanto trovavo una fetta di torta lasciata sul mio piatto, o un biglietto scarabocchiato: “Non stare fuori fino a tardi.” Piccoli semi di una tenerezza che non sa come mostrarsi.

Adesso che ho ventiquattro anni e da poco il mio nonno ci ha lasciati, torno comunque da lei. Ci sediamo in cucina. Parliamo poco. Ogni tanto le regalo una carezza sulla spalla. Nessuno può aggiustare il passato, ma posso scegliere come rispondere al suo dolore adesso.

A volte mi chiedo: c’è un modo per rompere la catena del dolore senza dimenticare chi siamo? Se le cose fossero state diverse, sarei cresciuta imparando l’amore più facilmente, o forse proprio da questa fatica ho imparato che una carezza, anche timida, è già una vittoria.