Mamma, non vengo a Natale…

«Mamma, quest’anno non riesco a venire a Natale.»
La voce di Anna era distaccata al telefono, come se rispondesse a una chiamata del lavoro. Sentivo le altre voci dietro di lei – forse colleghi, forse amici – e dentro di me crollava un altro dei piccoli pilastri che ancora sorreggevano questo fragile edificio che sono diventata.
Chiudo la finestra. Torino a dicembre è fredda, il cielo denso di nuvole basse. Le foglie sono ormai marce sui marciapiedi, e il vento mi fischia contro le persiane. Gli anni passano e ogni Natale, qui, sembra più freddo del precedente. Ho servito tutto a questa famiglia, ho lasciato andare sogni e passioni ai margini per accompagnare i miei figli nella crescita: Anna, Marco e Chiara. Mi sembra ieri che correvano tra i piedi mentre preparavo i biscotti nella cucina troppo stretta del trilocale dove hanno passato l’infanzia.

Adesso sono qui, da sola, immersa nei rumori di un quartiere troppo giovane per i miei anni. Ogni squillo del telefono è una speranza. Ogni messaggio silenzioso che non arriva, un’invisibile coltellata.
Lunedì sera ho provato a chiamare Marco. Non risponde mai subito. Ormai mi sono abituata a parlare con la sua segreteria telefonica, come se fosse una versione virtuale di lui, un goffo sostituto di quel figlio che rideva forte, che mi abbracciava da piccolo anche quando si vergognava davanti agli amici. Gli ho lasciato una voce tremante: “Ciao amore, come stai? La mamma ti pensa sempre. Fatto freddo oggi qui, mi raccomando copriti… Ti volevo solo dire che per Natale, se vuoi, ci sono. La tavola la preparo comunque.”
Non mi ha richiamata. Mi dico che è occupato, che la vita prende tutti e li confonde in cose importanti che non riesco più a capire. Ma in queste bugie che racconto a me stessa mi sento ancora più patetica.

Qualcuno bussa forte alla porta. Sobbalzo: il cuore scatta come un animale braccato. È solo il postino. Consegna una bolletta, senza nemmeno uno sguardo. Mi ritrovo a riderci sopra: forse sto impazzendo, se aspetto che pure il postino mi conceda due parole gentili.

Mi aggiro per casa, accarezzo il centrino che mi ha regalato Chiara anni fa. Era piccola, aveva passato una mattina intera con mia madre a imparare i punti a uncinetto solo per sorprendere la mamma il giorno di Natale. “Guarda, mamma! L’ho fatto io!”
Mi guardo allo specchio ora. Ho i capelli grigi e le mani piene di storie che nessuno ascolta. Mi sento come quel centrino, messo lì sul comò: ancora in ordine, ma ormai fuori dalle abitudini moderne, invisibile.

Quella sera, mentre metto su una tisana, il telefono vibra. È un messaggio di Chiara: “Mamma, quest’anno sto a Milano con Luca e i suoi. Torniamo su tra qualche mese… Mi dispiace, davvero, ci sentiamo presto!”
Le mani mi tremano così tanto che faccio cadere la bustina nella tazza. La guardo scendere lenta nell’acqua calda, diventare pesante, affondare. Come quello che provo io, ogni volta che arriva una delusione nuova.

Smonto il piccolo presepe – quello con le statuine sbeccate che Marco rompeva sempre battendole tra loro – e rimango a fissare il tavolo. È enorme questa tavola, se la guardi con la prospettiva della solitudine. Prima non bastavano mai le sedie o i piatti, e ora mi bastano le dita di una mano per contare la mia compagnia.

Passa la settimana, la città si prepara al Natale: luci in ogni vetrina, bambini con i nastri sulle giacche che corrono dietro ai genitori, il tintinnio dei negozi aperti fino a tardi. Io cammino con la sciarpa tirata su fino al naso. Un giorno incontro la signora Ferrero, la vicina che ha perso il marito due mesi fa. “Sua figlia viene per le feste?” le chiedo, solo per rompere quel silenzio che ci avvolge.
Lei scuote la testa, sorride. “Hanno tutti la loro vita. Si sa.”
Ci guardiamo come animali rari allo zoo. Quanta solitudine c’è in questa città piena di gente?

Torno a casa, le gambe che fanno male per il freddo e le scale. Rimprovero me stessa: “Lucia, non puoi continuare così. Devi trovare qualcosa di buono, per te.” Ma cosa si fa, quando per tutta la vita l’unico centro è stato dare amore agli altri?

Arriva il giorno della Vigilia. Preparo lo stesso la tavola: tre posti in più, per abitudine più che per speranza. Metto un piatto anche per me, cucino le lasagne come da tradizione. Accendo la radio per sentire almeno una voce amica.
Alle otto, il telefono squilla. Una voce squillante di pubblicità di offerte natalizie. “Ci scusi per l’ora, vuole passare ai nostri servizi gas?”
Clic. Mi sento sciocca come chi aspetta Babbo Natale quando sa che è solo una favola.

E allora mi prendo una bottiglia di vino che è rimasta dalla scorsa Pasqua. Verso un bicchiere. “Buon Natale, Lucia. Da sola con te stessa”, mi dico ad alta voce. Ridevo, una volta. Ridevo forte, ridevo per niente. Ora anche a ridere ci vuole coraggio.

A mezzanotte prendo il telefono e mando un messaggio a tutti e tre: “Buon Natale, vi voglio bene, la mamma.” Nessuna risposta. Guardo il soffitto bianco, sento lo stomaco che si stringe.
Il giorno dopo siedo sul divano e riguardo le foto di quando erano piccoli. Le montagne di regali, la carta sparsa ovunque, le risate, gli urli, le corse tra la cucina e il salotto. Chiudo gli occhi, le sento ancora quelle voci, a volte così forti che ci credo davvero che la porta stia per aprirsi e Anna urlerà: “Mamma, guarda che freddo!”… Ma resta tutto fermo e silenzioso.

Il pomeriggio suonano alla porta. Apro: è la signora Ferrero. “Ho fatto un po’ di minestrone, venga da me stasera. Stiamo due chiacchiere.”
Accetto. Entro nel suo soggiorno che sa di casa vissuta. Ci sediamo, due madri che hanno dato tutto. Ci raccontiamo storie, ci consoliamo. Lei mi prende la mano e dice: “Ci resta l’amicizia. Alla fine, siamo ancora capaci di voler bene, anche quando non ci vuole più nessuno.”

Quando torno a casa, sento un po’ meno freddo. Mi chiedo se sia questo il punto: non aspettare più che tornino, ma cercare il bene in chi ancora c’è, magari vicino, anche se non si chiama figlio o figlia.

Mi sdraio a letto e ripenso a tutto. Forse bisogna imparare a riportare a sé quell’amore che per tanti anni ho sparso fuori dalle mura di questa casa. Chissà se i miei figli si accorgeranno mai di che cos’è davvero la solitudine di una madre? E chi, in questa città silenziosa, decide il momento in cui dobbiamo smettere di sperare?