La supplica sotto la finestra: Quando bussai alla porta del signor Coviello

“Mamma, non ce la faccio più!” gridai alzando la voce, mentre cercavo di avvitare quella dannata ruota della nostra Fiat scassata. Era un freddo pomeriggio di gennaio, con la nebbia che calava tra le case abbandonate e le strade vuote di questo paesino sperduto tra i monti lucani. L’odore di legna bruciata si confondeva con il sapore umido della paura: paura di non arrivare a fine mese, paura di restare soli, paura di chiedere. Mia madre mi guardava in silenzio, con quelle mani gonfie e nervose che ormai sapevano tutto del sacrificio e della fatica. Marco ci osservava dalla finestra: il suo viso, pallido e tirato, incorniciato tra le tende che sapevano di vecchio, sembrava la fotografia della nostra stanchezza.

La macchina non ne voleva sapere. Tre colpi di chiave, un rumore secco e poi il nulla. “Lascia stare, Susanna,” sussurrò mia madre, “vedrai che domani si aggiusta da sola.” Ma io sapevo che mentiva, forse più a se stessa che a me. Ogni volta che si rompeva qualcosa in casa — la stufa, il rubinetto, persino le ruote del carrello di Marco — ci limitavamo a sperare. Ma stavolta era diverso: la macchina era l’unico modo per portare Marco a Potenza per la fisioterapia, era come l’ossigeno. E senza quei trattamenti lui peggiorava a vista d’occhio, lo vedevo perdere il sorriso giorno dopo giorno.

“Non hai pensato di chiedere al signor Coviello?” azzardò mamma, abbassando lo sguardo come se avesse appena bestemm…