Ho lasciato mio marito con nostro figlio dopo l’ennesimo «prima mia madre»: non era più soltanto una casa da sistemare
«Il muratore l’ho disdetto. Domani accompagno mia madre a vedere il divano.»
Avevo ancora in mano il telefono con le fotografie mandate dall’amministratore: una macchia scura sul soffitto del vicino, sotto il nostro bagno. Guardai Paolo, poi il piatto di pasta che avevo lasciato raffreddare.
«Un divano?»
«Elena, non ricominciare. Quello vecchio le fa male alla schiena.»
Nostro figlio Tommaso, quattro anni, smise di battere il cucchiaio sul tavolo. Fu quel silenzio a farmi abbassare la voce.
«La casa perde acqua. Tua madre ha già un posto dove sedersi.»
L’appartamento era a Loano, due stanze sopra una panetteria. Me l’avevano lasciato i miei genitori. Mio padre era morto tre anni prima, mia madre undici mesi dopo. Non era una fortuna: impianti vecchi, persiane marce, spese condominiali arretrate. Ma dentro c’erano ancora le tazzine scompagnate di mamma.
Volevo sistemarlo e affittarlo d’estate. Con il mio stipendio da impiegata part-time e quello di Paolo in magazzino, quattro settimane di affitto ci avrebbero dato un po’ di respiro.
Il primo preventivo era di diciottomila euro. Avevo novemila euro dell’eredità e avevamo concordato di usare una parte dei risparmi comuni. Poi i lavori erano diventati «dopo Natale», «quando passa questo periodo», «appena mamma si tranquillizza».
Carla era vedova da sei anni. Aveva problemi alle ginocchia, ma guidava, andava al mercato e passava i pomeriggi al circolo. Aveva anche paura di stare sola. Questo lo capivo. Non capivo perché ogni sua paura dovesse diventare un’emergenza nostra.
Telefonava durante cena. Chiedeva a Paolo di controllare la caldaia, portarle le confezioni d’acqua, spostare un mobile. Se lui esitava, arrivava sempre la stessa frase.
«Va bene. Mi arrangio. Tuo padre non mi avrebbe lasciata così.»
E lui prendeva le chiavi.
Due settimane prima della lite avevo scoperto che dal conto comune mancavano milleduecento euro. Paolo aveva pagato a sua madre una poltrona reclinabile.
«Te l’avrei detto.»
«Quando?»
Non aveva risposto. Io avevo pianto in bagno, con il rubinetto aperto perché Tommaso non sentisse.
Quella sera del divano, però, non piansi.
«Domani chiamo un idraulico per fermare la perdita. Quello non può aspettare. Poi vado da Marta con Tommaso per qualche giorno.»
Paolo appoggiò la forchetta.
«Mi porti via mio figlio per una casa?»
«No. Lo puoi vedere ogni giorno. Me ne vado perché qui discutiamo davanti a lui e io non ce la faccio più.»
«Stai esagerando.»
«Può darsi. Ma non torno a fare finta di niente. Devi decidere se i nostri accordi contano qualcosa.»
Preparai due borse. Dimenticai il caricabatterie e portai tre pigiami per Tommaso, come se dovessimo partire per un mese. Mi tremavano le mani, altro che decisione coraggiosa.
Marta ci sistemò nella cameretta di sua figlia, fuori sede. La prima notte Tommaso mi chiese se papà sapesse dove eravamo.
«Certo. Domani viene a prenderti all’asilo.»
Mi girai verso il muro dopo che si fu addormentato. Avevo ottenuto silenzio, non sollievo.
Il giorno dopo Carla mi chiamò.
«Stai distruggendo una famiglia per ripicca.»
Sentii salire una rabbia cattiva. Poi guardai le scarpe piccole lasciate all’ingresso.
«Con Paolo ne parlo direttamente», dissi. E chiusi.
Per tre giorni lui venne a prendere Tommaso e mi rivolse soltanto frasi pratiche. Il quarto rimase sulla porta.
«Mamma mi ha chiesto se potevo dormire da lei. Le ho detto di no.»
Aspettai.
«Ha pianto. Sono stato un’ora in macchina sotto casa sua.»
«Poi?»
«Poi sono andato a casa nostra.»
Non lo abbracciai. Non mi bastava, ancora.
Ma il sabato successivo andammo insieme a Loano. Il bagno sapeva di chiuso. Paolo guardò l’intonaco gonfio e telefonò all’idraulico davanti a me.
Stabilimmo un tetto di spesa e un conto separato per i lavori. Prima la perdita e l’impianto elettrico, il resto a tappe. I soldi della poltrona li avrebbe rimessi dal suo stipendio, un po’ alla volta.
Con Carla concordò due visite alla settimana e aiuto per le necessità vere. Lei disse che lo avevo cambiato.
«Sono io che dovevo cambiare qualcosa», rispose lui.
Sono tornata dopo tre settimane. Abbiamo iniziato qualche incontro al consultorio. A volte Paolo cede ancora; stavolta, però, ne parliamo.
Non gli ho chiesto di amare meno sua madre. Era davvero troppo chiedergli di non lasciarmi sempre per ultima?