Essere invisibile tra le mura di casa: la mia storia di Jovana

«Mamma, dove sono i miei jeans blu?» La voce di Martina mi raggiunge dal corridoio, tagliente come una lama. Non rispondo subito, sto lavando i piatti, le mani immerse nell’acqua calda che mi brucia le dita. «Sono nell’armadio, seconda mensola a sinistra», rispondo, ma lei già sbuffa, come se la mia risposta fosse solo un fastidio in più nella sua giornata. Mi chiamo Jovana, ho quarantasette anni e da ventidue sono sposata con Marco. Abbiamo due figli, Martina e Luca. Eppure, da qualche anno, mi sembra di vivere in una casa piena di estranei.

Mi ricordo ancora quando Marco mi guardava negli occhi e mi chiedeva come stavo. Ora, quando torna dal lavoro, si siede davanti alla televisione, il cellulare in mano, e risponde a monosillabi. «Com’è andata oggi?» chiedo ogni sera, ma la risposta è sempre la stessa: «Tutto bene.» Poi silenzio. Martina, sedici anni, vive con le cuffie nelle orecchie e lo sguardo fisso sul telefono. Luca, dodici anni, passa ore davanti alla PlayStation. Io mi aggiro per casa come un fantasma, raccogliendo calzini sporchi, preparando cene che nessuno sembra apprezzare, ascoltando i loro problemi senza mai poter parlare dei miei.

Una sera, dopo aver sparecchiato, mi siedo sul divano accanto a Marco. «Ti va di parlare un po’?», provo a chiedere. Lui alza lo sguardo, infastidito. «Sono stanco, Jovana. Possiamo farlo un’altra volta?» Annuisco, ma dentro sento una fitta. Mi chiedo quando sia stata l’ultima volta che abbiamo riso insieme, o anche solo condiviso un pensiero. Martina entra in salotto, lancia lo zaino per terra. «Domani ho bisogno che mi accompagni a scuola, mamma. Non voglio prendere l’autobus.» Non mi chiede se posso, lo dà per scontato. «Va bene», rispondo, ma lei è già salita in camera sua.

La notte non dormo. Mi rigiro nel letto, guardo Marco che dorme sereno. Mi chiedo se si accorge di quanto sono sola. Mi chiedo se gli importa. La mattina dopo, mentre accompagno Martina, provo a parlarle. «Come va a scuola?» Lei sbuffa. «Bene.» «Hai litigato con qualcuno?» «No, mamma. Basta domande.» Mi sento respinta, come se fossi solo un taxi, non sua madre. Quando torno a casa, la cucina è un disastro. Luca ha fatto colazione e lasciato tutto in giro. Sistemo in silenzio, poi mi siedo al tavolo e scoppio a piangere. Nessuno mi vede, nessuno mi sente.

Un giorno, mentre stendo il bucato, sento Marco parlare al telefono in giardino. La sua voce è più allegra del solito. «Sì, domani ci vediamo. Non vedo l’ora.» Il cuore mi si stringe. Non so con chi stia parlando, ma non sono io. Quando rientra, finge di non vedermi. «Hai bisogno di qualcosa?» chiedo. «No, tutto a posto.» Mi sento invisibile. La sera, a cena, provo a coinvolgere tutti. «Perché non facciamo una serata giochi, come una volta?» Martina alza gli occhi al cielo. «Ho da studiare.» Luca non risponde nemmeno. Marco si alza e va in salotto. Rimango sola a tavola, con il rumore delle posate che mi rimbomba nelle orecchie.

Comincio a chiedermi se sono io il problema. Forse sono diventata noiosa, prevedibile. Forse ho sbagliato tutto. Provo a cambiare, a essere più allegra, a non lamentarmi. Ma niente cambia. Un pomeriggio, mentre porto fuori la spazzatura, incontro la mia vicina, Teresa. «Come stai, Jovana? Ti vedo un po’ giù.» Non riesco a trattenere le lacrime. Lei mi abbraccia, mi dice che anche lei si è sentita così, anni fa. «Non sei sola», mi sussurra. Quelle parole mi danno un po’ di conforto, ma quando torno a casa, la solitudine mi assale di nuovo.

Un sabato, decido di prendermi un pomeriggio per me. Vado al cinema da sola, poi mi fermo in una caffetteria. Mi sento libera, anche se solo per poche ore. Quando torno, nessuno si è accorto della mia assenza. Marco è uscito, i ragazzi sono nelle loro stanze. Mi siedo sul letto e guardo il soffitto. Mi chiedo se sia possibile essere così invisibili nella propria casa. La sera, provo a parlare con Marco. «Senti, dobbiamo parlare. Non ce la faccio più a sentirmi così.» Lui mi guarda, sorpreso. «Cos’hai?» «Mi sento sola, Marco. Non mi ascoltate più, nessuno mi vede.» Lui sospira. «Jovana, sei sempre così drammatica. Tutti abbiamo i nostri problemi.» Mi sento morire dentro.

Passano i giorni, e la situazione non cambia. Martina mi ignora, Luca mi parla solo quando ha bisogno di qualcosa. Marco è sempre più distante. Un giorno, trovo un messaggio sul telefono di Marco. «Non vedo l’ora di rivederti.» Il cuore mi si spezza. Lo affronto. «Chi è?» Lui nega, dice che è solo una collega. Ma io so che non è vero. Per la prima volta, urlo. Urlo tutto quello che ho dentro. «Non sono un mobile, Marco! Sono tua moglie!» Lui mi guarda, spaventato. I ragazzi scendono, sentono le urla. Martina mi guarda con odio. «Sei sempre tu a rovinare tutto!» Luca piange. Mi sento colpevole, ma anche libera. Finalmente ho detto quello che provo.

Da quel giorno, qualcosa cambia. Marco prova a parlarmi, ma io non voglio più accontentarmi delle sue mezze verità. Martina mi evita, ma io non smetto di cercare il dialogo. Luca mi abbraccia, mi dice che mi vuole bene. Capisco che non posso più ignorare me stessa per tenere unita una famiglia che non vuole essere unita. Comincio a uscire di più, a vedere Teresa, a leggere, a scrivere. Ogni tanto, la solitudine torna, ma ora so che non è colpa mia.

Mi chiedo spesso se sia possibile ignorare la propria famiglia. Forse sì, forse no. Ma so che non posso più permettere a nessuno di ignorare me. Mi guardo allo specchio e mi chiedo: «Quando abbiamo smesso di vederci davvero? E se ricominciassi da me?»