Ho aperto la porta a mia figlia e a mia nipote, ma ho lasciato suo marito fuori: dopo settimane di ricatti, lei ha scelto lui

«Se lui non può entrare, allora non vuoi davvero aiutarmi.»

Elisa lo disse sulla porta di casa, con Marta addormentata in braccio e due valigie ai piedi. Pioveva, erano quasi le undici di sera e io sentivo già il pianto della bambina premuto contro il giubbotto della madre.

«Voglio aiutare te e mia nipote. Davide qui dentro non mette piede.»

Mia figlia mi guardò come se l’avessi schiaffeggiata.

Tre giorni prima avevano dovuto lasciare l’appartamento in affitto. Erano indietro di quattro mensilità. Davide aveva perso il lavoro in un’officina, ma per mesi aveva continuato a spendere soldi in scommesse e aperitivi, dicendo che “tanto qualcosa si sistema”. Il proprietario, dopo due lettere e troppe promesse, aveva cambiato la serratura con l’ufficiale giudiziario davanti.

Io avevo una camera libera nel mio appartamento a Bologna. Non era grande, ma per Elisa e Marta bastava. Il problema era Davide.

L’ultima volta che era venuto a pranzo aveva insultato mio figlio Lorenzo perché gli aveva chiesto quando avrebbe restituito duemila euro. Poi aveva rovesciato il bicchiere e mi aveva detto, davanti a tutti: «Lei si faccia gli affari suoi, signora Teresa.»

Signora Teresa. In casa mia.

Quella sera rimase sul pianerottolo per venti minuti, mentre Elisa cercava di convincermi.

«Mamma, dormirà sul divano. Solo qualche settimana.»

«No.»

«È mio marito.»

«E tu sei mia figlia. Proprio per questo ti dico di no.»

Davide alla fine andò da suo fratello Stefano. Elisa entrò senza salutarmi. Posò Marta nel lettino che avevo preparato e si chiuse in bagno a piangere.

Nei primi giorni provai a non fare domande. Pagavo la spesa, compravo i pannolini e accompagnavo Marta all’asilo. Elisa cercava lavoro come commessa, ma teneva sempre il telefono in mano. Davide la chiamava dieci, quindici volte al giorno.

Una sera sentii la sua voce dall’altoparlante.

«Tua madre vuole separarci. E tu glielo stai permettendo.»

«Non è così, Davide. Dammi tempo.»

«Tempo? Io dormo su una brandina mentre voi fate la bella vita.»

Bella vita. Con la pensione di reversibilità di mio marito, le bollette aumentate e il frigorifero riempito contando ogni euro.

Quando Elisa chiuse la chiamata, le misi davanti una tazza di camomilla.

«Questo non è amore, tesoro.»

Lei strinse le labbra.

«Tu non lo conosci come lo conosco io.»

Forse era vero. Ma conoscevo mia figlia. O almeno credevo.

Davide cominciò a presentarsi sotto casa. Suonava il citofono, restava in macchina, mandava messaggi. Una notte Elisa ricevette una foto di lui davanti al pronto soccorso.

“Se mi succede qualcosa, sarà perché mi avete lasciato solo.”

Lei impallidì e corse fuori in pigiama. Tornò due ore dopo. Non aveva niente. Aveva solo avuto, disse, “un momento brutto”.

«Ti sta ricattando», le dissi.

«Sta soffrendo!» gridò lei. «Ma tu vedi sempre e solo il peggio!»

Marta si svegliò e iniziò a piangere. Elisa si coprì il viso con le mani. Io presi la bambina, ma dentro tremavo anch’io.

La situazione peggiorò quando trovai cinquanta euro mancanti dal cassetto della cucina. Elisa negò, poi confessò di averli dati a Davide per la benzina.

«Erano i soldi delle medicine.»

«Te li ridò.»

«Con cosa, Elisa?»

Lei abbassò lo sguardo. In quel silenzio capii che Davide le aveva promesso una sistemazione. Una stanza sopra il bar di un conoscente, umida e senza contratto.

La domenica successiva preparò le valigie.

«Non puoi portare Marta in quel posto.»

«È suo padre.»

«Essere padre non basta se fai paura a tutti.»

Elisa si fermò con una tutina rosa tra le mani. Per un attimo sperai che cedesse. Invece la piegò e la infilò nella borsa.

«Se resto qui, perdo mio marito.»

«E se vai con lui, cosa perdi?»

Non rispose.

Davide aspettava in macchina. Non salì, forse perché sapeva che avrei chiamato i carabinieri. Elisa mise Marta nel seggiolino, poi tornò verso di me. Pensavo volesse abbracciarmi.

«Mamma, non cercarmi per un po’. Devo dimostrargli che siamo una famiglia.»

«Anche noi siamo una famiglia.»

Le si riempirono gli occhi di lacrime, ma si voltò.

Sono rimasta sul marciapiede finché l’auto è sparita. Nella cameretta c’era ancora il peluche di Marta e sul tavolo una bolletta che non sapevo come pagare.

Da madre, dovevo aprire quella porta anche a Davide per non perdere Elisa? Oppure amare una figlia significa anche dire un no che può portartela via?