«Mettilo in una struttura», mi dissero: da quando mio marito ha avuto un ictus, nel nostro paese tutti giudicano ma nessuno bussa più alla porta
«Lucia, mettilo in una struttura. Tanto lui non capisce più niente.»
Mia cognata Carla lo disse davanti a Marco, come se mio marito fosse già diventato un mobile ingombrante. Lui era sulla carrozzina, la mano destra chiusa contro il petto, la bocca piegata. Non poteva parlare, ma i suoi occhi si riempirono di lacrime.
Presi Carla per un braccio e la accompagnai alla porta.
«Non dirlo mai più davanti a lui.»
«E allora arrangiati», rispose, liberandosi con uno strattone. «Non puoi pretendere che noi smettiamo di vivere.»
La porta si chiuse. Marco abbassò lo sguardo. Io rimasi in corridoio con le gambe che tremavano, pensando che io, invece, avevo smesso di vivere da sette mesi.
L’ictus arrivò una domenica mattina. Marco stava preparando il caffè quando la tazzina gli cadde. Cercò di chiamarmi, ma dalla bocca uscì un suono confuso. Quando lo vidi piegato contro il frigorifero, con metà viso immobile, iniziai a gridare il suo nome.
In ospedale mi dissero che le prime ore erano decisive. Poi vennero parole che non dimenticherò: lesione estesa, emiplegia, afasia. Annuii senza capire davvero. Continuavo a fissare le sue scarpe sotto il lenzuolo. Le aveva comprate al mercato il sabato prima.
Quando tornò a casa, tutti promisero aiuto. Carla avrebbe fatto i pomeriggi. Mio fratello Paolo si sarebbe occupato delle pratiche. Le vicine avrebbero portato qualcosa da mangiare.
Le prime settimane il campanello suonava spesso. Poi sempre meno.
Alla fine siamo rimasti io e lui.
Mi alzo alle cinque e mezza. Gli cambio il pannolone, lo lavo nel letto e provo a spostarlo senza farmi male alla schiena. Marco pesa ottantacinque chili. Una volta siamo scivolati entrambi. Lui è finito contro il comodino, io sul pavimento. Mi sono messa a piangere per la paura.
Marco mi guardava e tentava di emettere un suono.
«Non è colpa tua», gli dissi. «Non guardarmi così.»
Ma in quel momento ero arrabbiata anche con lui. È terribile ammetterlo, lo so. Ero arrabbiata perché aveva bisogno di me per tutto. Subito dopo mi sono vergognata così tanto che gli ho baciato la fronte per minuti interi.
L’indennità di accompagnamento arriva, ma non basta. Tra pannoloni, farmaci non coperti, traversine, visite e fisioterapia privata, i soldi spariscono. La riabilitazione concessa dal servizio sanitario è troppo poca. Il fisioterapista, Davide, viene due volte alla settimana. Cinquanta euro ogni seduta.
Ho venduto i braccialetti di mia madre e sospeso il riscaldamento in due stanze. Al supermercato calcolo tutto con il telefono. Una sera la carta è stata rifiutata per diciassette euro. Dietro di me c’era la signora Mirella, che il giorno dopo lo aveva già raccontato alla parrucchiera.
In un paese piccolo la sofferenza diventa una notizia.
C’è chi dice che sono una santa. Chi sostiene che tengo Marco a casa per prendere l’accompagnamento. Altri mi chiedono perché non lo lasci qualche ora e vada a lavorare.
A chi dovrei lasciarlo?
Nostro figlio Matteo vive a Bologna e lavora in un’officina. Telefona ogni sera, ma quando torna lo vedo spaventato. Un giorno gli ho chiesto di cambiare suo padre.
«Mamma, non ce la faccio.»
«E io secondo te come faccio?»
Ha preso la giacca ed è uscito. Dopo un’ora è tornato con gli occhi rossi e mi ha infilato duecento euro nella borsa.
«È tutto quello che ho.»
Mi sono sentita una madre orribile. L’ho abbracciato, ma tra noi c’era il silenzio di Marco, pesante come un’altra persona.
La cosa peggiore non è la fatica. È non riconoscermi più. Prima lavoravo in una merceria. Ridevo con le clienti, prendevo un caffè al bar, sceglievo perfino quale smalto mettere. Ora indosso tute macchiate e controllo l’orologio in base alle medicine.
Qualche sera, quando Marco dorme, resto chiusa in bagno. Non faccio niente. Mi siedo sul bordo della vasca per dieci minuti e ascolto il rumore del frigorifero. Quello è il mio tempo libero.
Eppure, a volte, lui mi cerca con la mano sinistra. Mi stringe due dita e mi guarda come faceva quando eravamo fidanzati. In quegli occhi ritrovo l’uomo che ballava con me alle feste, che aggiustava ogni cosa, che mi chiamava dalla cucina solo per farmi assaggiare il sugo.
Io lo amo ancora. Ma sono stanca. Le due cose possono stare insieme, anche se la gente non lo capisce.
Non so per quanto riuscirò a essere moglie, infermiera e sostegno di tutta la casa senza perdermi completamente. È egoismo desiderare anche solo un giorno per me, oppure è l’unico modo per continuare ad amarlo?