Mia suocera portava ogni sera la cena a mio marito, finché lui le ha restituito le teglie davanti a me
«Questa lasagna è per Marco. Almeno stasera mangia qualcosa di fatto come si deve.»
Teresa appoggiò la teglia sul mio tavolo della cucina senza togliersi nemmeno il cappotto. Io ero davanti ai fornelli, con il sugo ancora caldo e due piatti già pronti. Guardai lei, poi Marco. Mio marito abbassò gli occhi e si grattò la nuca.
«Avevo già cucinato», dissi.
«Sì, ho visto.» Teresa sollevò il coperchio della mia pentola e arricciò il naso. «Ma lui torna stanco dal lavoro. Ha bisogno di mangiare bene.»
Quelle parole mi fecero più male di quanto volessi ammettere. Non era la prima volta. Da quando io e Marco ci eravamo trasferiti nel piccolo appartamento sopra la farmacia, sua madre entrava nella nostra vita come se avesse ancora le chiavi di tutto.
All’inizio erano osservazioni dette sorridendo.
«Giulia, le camicie si stirano quando sono ancora un po’ umide.»
Oppure: «Le tende così scure fanno sembrare la casa triste.»
Poi aveva cominciato ad aprire i mobili, controllare le scadenze, spostare i bicchieri. Una domenica aveva rifatto il nostro letto mentre eravamo a pranzo da mio cognato Paolo. Quando rientrai e vidi le lenzuola cambiate, provai una vergogna assurda. Come se fossi stata sorpresa a vivere male.
Io lavoravo sei ore in una cartoleria e, quando serviva, facevo anche il sabato. Marco era magazziniere in un supermercato. Avevamo un mutuo, una rata dell’auto e pochi soldi rimasti a fine mese. Non cercavo di essere la moglie perfetta. Cercavo solo di tenere insieme le giornate.
Teresa, però, aveva cominciato a portare cibo tre o quattro volte alla settimana: polpette, parmigiana, arrosto, perfino il tiramisù che Marco adorava da bambino. Non chiedeva. Arrivava e basta.
Una sera trovai in frigorifero sei contenitori con etichette scritte da lei: “Lunedì”, “Martedì”, “Per Marco”. Il mio nome non compariva mai.
Chiusi lo sportello e mi misi a piangere in silenzio. Marco entrò mentre mi asciugavo le guance con la manica.
«Che succede?»
«Tua madre mi sta cancellando da questa casa.»
Lui sospirò. Quel sospiro mi fece perdere la calma.
«Giulia, porta solo da mangiare. Lo fa per aiutarci.»
«No. Lo fa per dimostrare che io non sono capace.»
«Stai esagerando.»
Presi uno dei contenitori e glielo misi davanti.
«Allora spiegami perché c’è scritto “Per Marco”. Perché apre i miei cassetti? Perché controlla la polvere sopra i mobili? E soprattutto, perché tu non dici niente?»
Marco rimase immobile. Io avevo le mani che tremavano.
«Non ti sto chiedendo di scegliere tra me e tua madre», continuai. «Ti sto chiedendo di scegliere se questa è casa nostra oppure una stanza in più di casa sua.»
Dormimmo girati dalla parte opposta. Sentivo il suo respiro, ma tra noi sembrava esserci un muro.
Due giorni dopo Teresa suonò con una teglia di cannelloni. Marco aprì la porta. Io restai in cucina, con lo stomaco chiuso.
«Mamma, riportali a casa.»
Lei rise, convinta che scherzasse.
«Ma sono i tuoi preferiti.»
«Lo so. Però non puoi continuare a venire qui con la cena senza chiedere.»
Il sorriso le sparì.
«È lei che ti ha messo contro di me?»
Marco strinse la teglia tra le mani, poi gliela restituì.
«Giulia non mi ha messo contro nessuno. È mia moglie e questa è anche casa sua. Quando critichi lei, manchi di rispetto pure a me.»
Teresa diventò rossa. Disse che dopo tutti i sacrifici fatti per lui non meritava quel trattamento. Poi mi guardò oltre la spalla di Marco.
«Contenta adesso?»
Avrei voluto risponderle male. Invece dissi soltanto: «Vorrei che venissi a trovarci, non a controllarci.»
Se ne andò senza salutare. Per quasi un mese non ci telefonò. Marco soffriva, lo vedevo, e io mi sentivo colpevole anche se sapevo di non aver fatto nulla di sbagliato.
Poi, una domenica, Teresa chiamò. Chiese se poteva passare per un caffè. Arrivò a mani vuote. Fu strano, quasi commovente.
Non diventammo improvvisamente amiche. Ogni tanto le scappa ancora una critica e io non ingoio più tutto. Le rispondo con calma. Marco, se serve, interviene.
Ora cucino quello che posso, quando posso. A volte brucio il pollo e ordiniamo una pizza. La nostra casa non è perfetta, ma è tornata a essere nostra.
Forse mettere un confine non significa escludere qualcuno. Significa insegnargli fin dove può arrivare senza ferirci. Voi avreste restituito quella teglia o avreste continuato a tacere?