«Mia madre non finirà in una RSA»: mio marito lo ripeteva mentre io rinunciavo a tutto. Poi nostra figlia ha avuto paura di tornare a casa
«Mamma, non aprire. La nonna ha un coltello.»
Mia figlia Giulia aveva nove anni e parlava attraverso la porta del bagno. Non piangeva. Quella voce bassa, controllata, mi spaventò più delle urla di mia suocera in cucina. Avevo lasciato i bambini con lei per il tempo di scendere in cortile a ritirare le lenzuola.
Il coltello era quello piccolo della frutta. Teresa lo stringeva mentre accusava mio figlio Andrea di averle rubato il portafoglio. Lui, dodici anni, aveva trascinato sua sorella in bagno e girato la chiave.
«Teresa, guardami. Il portafoglio lo cerchiamo insieme.»
Indietreggiai verso il corridoio, senza avvicinarmi alla sua mano. Chiamai il 112 con il telefono dietro la schiena. Non ricordo quasi niente di quello che dissi. Ricordo la molletta ancora attaccata alla manica.
Quando arrivarono i soccorsi, chiamai mio marito.
«Devi venire subito.»
Paolo sospirò.
«Sono in riunione. Che cosa ha combinato stavolta?»
Non gli risposi. Perché in quel “stavolta” c’erano già tutti i nostri ultimi tre anni.
Teresa era venuta a vivere con noi dopo essere stata trovata in strada all’alba, in vestaglia. Cercava suo marito, morto da undici anni. All’inizio doveva essere una sistemazione provvisoria, giusto il tempo delle visite.
Prima della malattia era una donna precisa, generosa senza troppe smancerie. Quando nacque Giulia mi portava il ragù nei contenitori del gelato. «Tu dormi, ai piatti penso io.» Non dimentico quella Teresa. È anche per lei che ho resistito tanto.
La diagnosi arrivò al centro per i disturbi cognitivi. Ricordo le indicazioni della geriatra, le terapie da controllare, la necessità di sorveglianza crescente. Paolo ascoltava con le braccia incrociate.
In macchina disse:
«Finché ci siamo noi, mia madre resta a casa.»
Quel “noi” sembrava una promessa. Invece era il mio nome detto in un altro modo.
Lavoravo alla reception di uno studio dentistico. Prima rinunciai ai pomeriggi, poi lasciai del tutto. Teresa non poteva restare sola: apriva il gas senza accenderlo, usciva sul pianerottolo, prendeva due volte le medicine se non le nascondevo.
Paolo lavorava in un magazzino di materiale elettrico. Aveva turni pesanti, questo è vero. Ma alla fine del turno poteva fermarsi a bere un caffè. Io aspettavo il suo rientro anche solo per fare una doccia.
«Dammi dieci minuti, sono distrutto», diceva.
Quei dieci minuti diventavano la cena, il telegiornale, lui addormentato sul divano.
Le notti erano mie. Teresa mi chiamava ladra, mi tirava i capelli mentre la aiutavo a lavarsi. Una volta mi sputò in faccia. Sapevo che era la malattia, me lo ripetevo mentre mi pulivo. Ma saperlo non faceva sparire niente.
Con i bambini cominciò piano. Un quaderno strappato, una spinta, insulti che non aveva mai pronunciato prima. Andrea smise di invitare gli amici. Giulia chiedeva il permesso anche per aprire il frigorifero, per paura di farla arrabbiare.
Portai a Paolo un foglio con gli episodi annotati. Me l’aveva consigliato la geriatra.
Lui lo lesse in piedi, accanto alla lavastoviglie.
«Sembra che tu stia costruendo un’accusa contro mia madre.»
Mi vergognai perfino di aver scritto le date.
Chiesi aiuto a sua sorella, Silvia. Abitava a quaranta minuti da noi, ma aveva sempre un impegno. Una domenica arrivò con un vassoio di pasticcini e disse che Teresa le sembrava tranquilla.
«Prova a non contraddirla.»
Io avevo dormito tre ore. Le rovesciai il caffè sul piattino perché mi tremava la mano. Lei guardò la macchia e tacque.
Provammo con un’assistente familiare per alcune ore alla settimana. Teresa la respingeva, Paolo sosteneva che fosse una spesa inutile. La pensione di sua madre contribuiva alle necessità di casa e alle sue cure, ma con il mio stipendio perso ogni imprevisto diventava una discussione.
Quando proposi una RSA, lui batté il palmo sul tavolo.
«Mia madre si è spezzata la schiena per me. Io non la abbandono.»
«E io che cosa sto facendo?»
«Tu sei più capace. Con te si calma.»
Avevo un livido sul polso proprio mentre lo diceva.
La geriatra aveva già spiegato che l’assistenza domestica non era più sufficiente senza una rete molto più solida. Avevamo ricevuto i contatti dei servizi territoriali. Paolo rimandava ogni appuntamento: non poteva assentarsi, dovevamo pensarci, magari con la nuova terapia sarebbe migliorata.
Io intanto nascondevo le chiavi, chiudevo i prodotti per pulire, dormivo con un orecchio teso. Quel coltello era rimasto nello scolapiatti dopo la merenda. Ancora oggi ripenso a quel gesto minuscolo. L’avevo lavato. Non l’avevo riposto.
In pronto soccorso cercarono anche possibili cause acute dell’agitazione. Teresa passò dall’aggressività a una stanchezza confusa. Mi chiamò con il nome di sua sorella e mi chiese di non lasciarla lì.
Le tenni la mano. Piansi senza farmi vedere dai bambini.
Paolo arrivò e la trovò così, piccola sul lettino.
«Vedi? Adesso è tranquilla. Portiamola a casa.»
Andrea alzò la testa.
«Io a casa con la nonna non ci torno.»
Mio marito aprì la bocca, poi la richiuse. Era la prima volta che nostro figlio gli parlava in quel modo.
I bambini dormirono da mia sorella Francesca. Io dissi ai sanitari e all’assistente sociale che non potevo più garantire un’assistenza sicura. Seguirono un ricovero, colloqui e una valutazione per l’inserimento in struttura. Non bastò una firma e non successe tutto subito.
Per la prima sistemazione usammo anche i risparmi destinati a cambiare l’auto. La quota a nostro carico faceva paura, ma tornare indietro ne faceva di più.
Il giorno dell’ingresso in RSA preparai le maglie di Teresa con le etichette cucite dentro. Paolo guidò senza parlarmi.
Per settimane continuò a dirmi: «Era quello che volevi.»
Andavo a trovarla due volte alla settimana. A volte mi riconosceva, a volte no. Una mattina mi accarezzò il viso e disse che sembravo stanca. Dovetti uscire un momento dalla stanza.
A casa, però, non riuscivo più ad avvicinarmi a Paolo. Lui pensava che, risolta l’assistenza, saremmo tornati quelli di prima. Mi propose persino un fine settimana insieme.
«Dove eri quando ti chiedevo un’ora?»
Abbassò gli occhi.
«Pensavo che ce la facessi.»
Ci provammo ancora per qualche mese. Poi chiesi la separazione. Ho ripreso a lavorare e continuiamo entrambi a visitare Teresa, in giorni diversi.
Non ho smesso di volere bene a sua madre. Ho smesso di credere che amare qualcuno significhi lasciare senza protezione tutti gli altri.
Se per tenere insieme una famiglia una persona deve consumarsi in silenzio, quella famiglia è davvero ancora insieme?