Dopo il licenziamento, mio padre mi ha offerto dei soldi con una condizione. Ho lasciato la sua casa e, per la prima volta, ho scelto la mia vita

«Finché abitate in una casa mia, non mi racconti che vuoi campare scrivendo.»

Mio padre aveva appoggiato un assegno sul tavolo della cucina. Mia madre lo aveva girato verso di me, come si fa con un piatto davanti a un bambino capriccioso. Paolo, mio marito, era rimasto in piedi accanto al frigorifero, ancora con la giacca da lavoro.

«Sono cinquemila euro», disse lei. «Intanto respiri. Poi lunedì vai al colloquio che ti ha trovato tuo padre.»

Guardai l’assegno. Poteva pagarci mesi di spesa, bollette, rate della macchina. Avevo perso il lavoro da undici giorni e già mi svegliavo alle quattro per fare conti sul telefono.

«Non vi ho chiesto di trovarmi un lavoro.»

Mio padre si tolse gli occhiali.

«Hai trentotto anni, Elena. Non quindici.»

Era sempre quella, l’età sbagliata. A diciannove ero troppo giovane per sapere cosa volessi. A ventotto troppo grande per cambiare strada. Adesso ero abbastanza adulta da vergognarmi, mai abbastanza da decidere.

Lavoravo nell’amministrazione di un’azienda fuori Modena. Undici anni di fatture, solleciti e pranzi mangiati davanti allo schermo. Quando arrivavano ospiti, mia madre diceva che seguivo la gestione finanziaria. Sembrava importante, detto così.

Poi aggiungeva: «Sua cugina Francesca è già dirigente, ma anche Elena si sta facendo strada».

Io sorridevo. Tornavo a casa con il mal di testa e correggevo di nascosto racconti di sconosciuti, gratis, in un gruppo di scrittura. Era l’unico momento della giornata in cui non guardavo l’orologio.

Non avevo raccontato subito del licenziamento. Per tre mattine ero uscita alla solita ora e avevo portato il portatile in biblioteca.

A Paolo avevo detto tutto. Ai miei, niente.

«Prima o poi lo sapranno», mi aveva avvertita.

«Fammi almeno capire come dirlo senza chiedere scusa.»

L’azienda aveva perso due clienti importanti. Il mio reparto era stato ridotto. Nessun errore clamoroso, nessuna colpa: una lettera, un colloquio di dieci minuti, una collega che mi aveva abbracciata vicino alla macchinetta del caffè.

Mia madre, quando finalmente glielo dissi, domandò: «Ma gli altri li hanno tenuti?»

Quella domanda mi fece più male della lettera.

Non era cominciata con il lavoro. Anni prima avevo lasciato Lorenzo, un ragazzo che restaurava mobili e aveva sempre polvere nelle tasche. Lo amavo, ma a ogni pranzo mio padre chiedeva quanto fatturasse. Mia madre mi telefonava dopo: «L’amore va bene, ma quando arrivano i problemi?»

Alla fine i problemi li avevo anticipati tutti io, fino a lasciarlo.

Paolo questa storia la conosceva. Una sera mi aveva chiesto se avessi sposato lui perché aveva un contratto a tempo indeterminato.

«No.»

Era vero. Però avevo esitato, e quell’esitazione gli era rimasta addosso.

Ci amavamo. Ma avevamo accettato l’appartamento dei miei senza affitto, e insieme alle chiavi erano arrivate le visite senza preavviso, i commenti sulla spesa, le domande sui nostri risparmi. Paolo aveva proposto più volte di andarcene. Io gli avevo risposto che sarebbe stato stupido buttare soldi.

Adesso mio padre ci offriva altro denaro. In cambio pretendeva che entrassi nello studio di un suo conoscente e lasciassi perdere «quella faccenda dei testi».

«Il colloquio è alle nove», disse. «Ho già garantito per te.»

«Senza chiedermelo.»

«Perché qualcuno deve ragionare.»

Paolo posò le chiavi sul tavolo.

«Può ragionare anche lei.»

Mio padre lo guardò appena.

«Con il tuo stipendio non potete permettervi esperimenti.»

Vidi Paolo stringere la mascella. Faceva l’elettricista, millequattrocento euro al mese, e da febbraio avevano tagliato gli straordinari. Non meritava quella mortificazione. Nessuno di noi due la meritava.

Spinsi indietro l’assegno.

«Allora cercheremo una casa che possiamo permetterci.»

Lo dissi prima di essere sicura di riuscirci.

Quella sera litigammo, io e Paolo.

Non per i miei. Perché avevo deciso davanti a loro senza parlare prima con lui.

«Vuoi scegliere da sola? Va bene. Ma non puoi scegliere anche per me.»

Aveva ragione. Mi sedetti sul bordo del letto e piansi con le mani sulle ginocchia, senza neppure provare a nascondermi.

«Non voglio che mi mantieni mentre inseguo un sogno.»

«Allora facciamo un piano. Non una fuga.»

Scrivemmo tutto su un quaderno: i suoi soldi, la mia indennità di disoccupazione, il saldo del conto, le spese. Il trattamento di fine rapporto non era ancora arrivato. Stabilimmo una cifra sotto la quale non scendere e sei mesi per capire se la scrittura potesse diventare un lavoro. Nel frattempo avrei cercato anche impieghi a ore.

Trovammo un bilocale in provincia, al terzo piano senza ascensore. Cinquecentoventi euro, condominio escluso. La cucina sapeva di chiuso e il tavolo traballava.

A me quel tavolo mi sembrava bellissimo.

Durante il trasloco mia madre arrivò con delle lenzuola. Pensai fosse un modo per fare pace.

Poi disse: «Tuo padre sostiene che tornerete entro Natale».

Avevo uno scatolone contro il petto.

«Puoi venire a trovarmi senza dirmi che fallirò?»

Lei abbassò gli occhi sulle lenzuola.

«Ci preoccupiamo per te.»

«Lo so. Ma io sto male anche quando fate così.»

Le lenzuola le tenni. Le chiavi di casa, no, non gliele diedi.

I primi mesi non furono una rinascita da fotografare. Mandavo proposte e ricevevo silenzi. Una piccola casa editrice mi offrì una correzione pagata pochissimo. Un negoziante voleva testi per il sito «in cambio di visibilità». Una sera comprai il detersivo più economico e piansi in macchina perché mi sembrava la prova che mio padre avesse ragione.

Paolo ebbe paura quanto me.

«Questo pagamento quando arriva?» mi chiedeva, indicando il quaderno.

A volte gli rispondevo male. Poi tornavo in cucina a scusarmi.

Il primo incarico arrivato tramite una segnalazione fu il catalogo di un laboratorio di ceramica. Seguì una collaborazione con uno studio che realizzava siti per piccole attività. Mi feci aiutare da una commercialista per aprire la partita IVA, e imparai a non considerare mio tutto quello che entrava.

Non guadagno quanto prima. Alcuni mesi integro con le sostituzioni alla segreteria di un ambulatorio.

Domenica mia madre mi ha telefonato mentre correggevo un testo al tavolo della cucina.

«Francesca ha avuto un altro aumento.»

Ho sentito la solita stretta allo stomaco.

«Sono contenta per lei. Io invece ho un cliente che mi ha rinnovato l’incarico.»

È rimasta zitta. Stavolta non ho riempito io quel silenzio scusandomi.

Voglio ancora bene ai miei genitori. Ma devo davvero vivere come vogliono loro per dimostrarglielo?