Mia figlia è sparita dopo un weekend con un uomo conosciuto da poco, e da allora vivo sospesa tra la speranza e il dolore
«Mamma, non fare quella faccia, torno domenica sera.»
L’ultima volta che ho visto mia figlia Giulia era sulla porta di casa, con la borsa buttata su una spalla e quel giubbotto di jeans che metteva sempre quando voleva sentirsi leggera. Io invece avevo un nodo nello stomaco. Davanti al portone, in doppia fila, c’era l’auto di quell’uomo. Marco. Quarantadue anni, sorriso facile, troppo facile. Lei ne aveva ventisei e lo conosceva da meno di un mese.
«Non mi piace questa storia.»
Giulia sbuffò, alzando gli occhi al cielo.
«Mamma, stiamo andando due giorni sul lago, non in guerra.»
Avrei voluto dirle non andare. Avrei voluto strapparle le chiavi di mano, fare la madre insopportabile, quella che rovina tutto. Invece mi sono spostata. E l’ho lasciata andare.
La domenica sera ho apparecchiato per due. Alle nove le ho scritto. Nessuna risposta. Alle undici ho chiamato. Cellulare spento. All’una di notte ero già in cucina, ancora vestita, seduta al buio con il telefono tra le mani. Ogni macchina che passava sotto casa mi faceva alzare di scatto.
Il lunedì mattina sono andata dai Carabinieri.
«Signora, magari avrà deciso di fermarsi un giorno in più.»
Me lo dissero con quella calma che a volte è gentile, ma a me sembrò una coltellata.
«Mia figlia non sparisce. Mia figlia mi chiama. Sempre.»
La denuncia la presero, sì, ma tutto andava piano. Troppo piano. Mi chiedevano foto, abitudini, numeri di telefono. Io ripetevo sempre la stessa cosa: cercate lui. Cercate Marco.
In famiglia, all’inizio, mi stavano vicino. Mio fratello Stefano veniva ogni sera. Mia cognata Elena mi portava qualcosa da mangiare. Poi i mesi passarono e cambiò tutto. Le loro facce si fecero stanche, infastidite quasi.
«Lucia, ti stai consumando.»
«E quindi?» rispondevo.
«E quindi non puoi fermare la tua vita.»
La verità è che la mia vita si era fermata da sola il giorno in cui Giulia era salita su quell’auto.
Un anno dopo, frugando da sola dove nessuno sembrava avere più voglia di guardare, scoprii che Marco aveva avuto guai seri. Una denuncia per truffa. Una per lesioni. Un vecchio socio finito dentro per droga. Niente che lo collegasse ufficialmente a Giulia, mi dicevano. Però io vedevo un disegno sporco, confuso, e più scavavo più trovavo ombre.
Andai a cercarlo. Ci misi settimane a capire dove viveva davvero. Non nel bilocale elegante che mostrava a mia figlia, ma in una casa mezza sfatta alla periferia di Pavia, con l’intonaco rovinato e le persiane storte.
Quando mi aprì, sbiancò.
«Lei qui che cosa vuole?»
«Dimmi dov’è mia figlia.»
Lui rise. Ma non era una risata pulita. Si passò una mano sulla bocca, guardò nel cortile, come se avesse paura di essere visto.
«Sua figlia era adulta. Se n’è andata, avrà avuto i suoi motivi.»
Gli tirai contro la borsa. Non so neanche io come mi venne.
«Giulia non se n’è andata! Non senza i suoi documenti, non senza il caricabatterie, non senza di me!»
Lui fece un passo indietro. Per un attimo pensai che parlasse. Che cedesse. Invece disse solo: «Non torni più qui.»
Due settimane dopo ricevetti il primo messaggio anonimo.
“Non cercare dove tutti guardano.”
Lo lessi dieci volte. Mi tremavano le mani. Lo portai ai Carabinieri. Mi dissero che poteva essere uno scherzo crudele. Uno scherzo. Certe parole ti restano addosso come fumo.
Poi arrivò il secondo.
“Lui non era solo.”
Da quel momento iniziai a dormire con il telefono sul cuscino. Ogni suono mi trapassava il petto. Uscivo poco, parlavo meno. Ma continuavo a cercare. Ex fidanzate, baristi, un benzinaio che ricordava quell’auto, una donna che giurava di aver visto Giulia discutere con Marco in un’area di servizio. Sempre pezzi. Mai la verità intera.
Tre anni dopo, in un cassonetto vicino alla vecchia casa di Marco, trovarono una sciarpa e un portachiavi. La sciarpa era di Giulia. Gliel’avevo regalata io a Natale. C’era ancora una macchia di trucco sul bordo, color mattone, il rossetto che usava quando voleva sentirsi bella anche se diceva di no.
Quando me la misero davanti, io la strinsi al petto e non feci nemmeno una lacrima. Ero svuotata. Come si fa a piangere quando il dolore è diventato la tua aria?
Mia sorella Paola, quella sera, mi disse una cosa che non le ho mai perdonato.
«Forse dovresti accettare che Giulia non tornerà.»
La guardai e mi sembrò una sconosciuta.
«Accettare cosa, se non so niente? Se non so se ha sofferto, se ha chiesto di me, se ha avuto paura?»
Lei abbassò gli occhi. Io no. Non potevo.
Col tempo ho perso amici, sonno, soldi. Ho venduto persino i bracciali d’oro di mia madre per pagare investigazioni private finite nel nulla. Mi sono vergognata di certe ossessioni, sì. Una volta ho seguito per ore un uomo solo perché aveva la stessa camminata di Marco. E mentre lo facevo mi dicevo, Lucia, stai impazzendo. Però una madre che alternative ha?
Sono passati sette anni. Marco oggi vive altrove, pare. Ogni tanto salta fuori una voce, una soffiata, un mezzo nome. Ogni volta ricomincio da capo. E ogni volta finisco davanti allo stesso muro.
Sul comodino tengo ancora il cellulare di Giulia, scarico da anni, e quella sciarpa piegata bene. A volte mi sembra di sentire la chiave girare nella serratura. A volte sogno il suo «mamma» dal corridoio e mi sveglio con il cuore in gola.
Non so se mia figlia sia viva o morta. So solo che l’ignoranza è una tortura che non finisce mai. Ti mangia piano, ti lascia in piedi e ti svuota.
Io non sono riuscita a voltare pagina. Forse non ci riuscirò mai.
Voi ci riuscireste a smettere di cercare, anche senza più prove, anche contro tutti? E una madre ha il diritto di arrendersi, quando non ha nemmeno una verità da seppellire?