Ho sette anni e combatto contro un mostro

Mi chiamo Leonardo e ho sette anni, ma a volte sento che ne ho cento, perché il mio corpo è diventato un campo di battaglia dove combatte una malattia chiamata leucemia linfoblastica acuta. Tutto è iniziato con una stanchezza che non passava mai e dei lividi strani sulle gambe, di quelli che mia madre scambiava per le solite cadute mentre giocavo a calcio nel cortile del nostro condominio a Torino. Poi è arrivata la febbre, quella che non scende nemmeno con le medicine, e improvvisamente mi sono ritrovato in una stanza bianca, con un odore di disinfettante che ti entra nel naso e non se ne va più.

Il reparto di pediatria è un posto strano. Ci sono disegni colorati sui muri e giocattoli sparsi ovunque, ma se guardi bene negli occhi i bambini che incontri nei corridoi, vedi che hanno tutti lo stesso sguardo: una specie di domanda silenziosa che chiede perché proprio a loro. Io avevo i capelli che cadevano a cioche sul cuscino, e ogni volta che mia madre mi accarezzava la testa, vedevo che tremava. Lei cercava di sorridere, di dirmi che era tutto a posto, ma io sentivo il rumore del suo pianto quando pensava che io dormissi, un suono soffocato che sembrava un singhiozzo trattenuto a forza.

La chemioterapia è un mostro che ti mangia da dentro. Non è solo il dolore degli aghi che entrano ogni giorno nella mia pelle, ma è quella nausea costante che ti fa sentire come se stessi viaggiando su una giostra impazzita mentre cerchi di mangiare un cucchiaio di gelato per calmare lo stomaco. C erano giorni in cui non avevo nemmeno la forza di tenere in mano un disegno. Mi sentivo isolato, come se fossi chiuso in una bolla di vetro dove potevo vedere il mondo esterno, i miei amici che andavano a scuola e le foglie che diventavano gialle fuori dalla finestra, ma non potevo toccare nulla.

Mio padre, che di solito è un uomo di poche parole e molto severo, era cambiato. Mi portava i fumetti e cercava di fare battute, ma i suoi occhi erano lucidi. Una sera, mentre ero steso nel letto con la flebo che gocciolava lentamente, mi ha chiesto: Leonardo, a cosa pensi? Io non sapevo cosa rispondere. Come potevo spiegargli che avevo paura di non svegliarmi più? Che mi sentivo solo anche se c erano due persone che mi tenevano la mano?

Così ho iniziato a scrivere. All inizio erano solo parole confuse su un quaderno che l infermiera, Sofia, mi aveva regalato. Sofia era l unica che non mi trattava come se fossi fatto di cristallo. Mi diceva: Leonardo, se hai voglia di urlare, fallo sulla carta. Ho iniziato a scrivere canzoni. Non sapevo suonare nulla, ma inventavo delle melodie nella mia testa, ritmi che seguivano il battito del mio cuore accelerato o il ronzio dei macchinari della stanza.

Scrivevo della rabbia di non poter correre, del sapore metallico in bocca, della nostalgia per l odore della pioggia sull asfalto. In quei testi mettevo tutto: il terrore di ogni nuovo prelievo, il senso di colpa per vedere i miei genitori così stanchi e l amarezza di essere diventato il centro di un dramma familiare. La mia stanza era diventata il mio studio di registrazione immaginario. Quando i medici entravano per fare il giro, io fingevo di dormire, ma sotto le coperte stringevo quel quaderno come se fosse un tesoro.

Il conflitto in casa era diventato palpabile. I miei genitori non litigavano mai davanti a me, ma sentivo le loro voci basse in cucina, le discussioni su quale ospedale fosse migliore, le preoccupazioni per i soldi e per il futuro. Una volta ho sentito mia madre dire a mio padre: Non ce la faccio più a fingere che vada tutto bene, mi sento morire ogni volta che lo vedo così pallido. Quella frase mi ha trafitto più di qualsiasi ago. Mi sono chiesto se la mia malattia fosse un peso troppo grande per loro, se fossi diventato un problema invece che un figlio.

Poi, lentamente, le notizie hanno iniziato a cambiare. I valori del sangue sono migliorati, i cicli di chemio sono diventati meno aggressivi e un mattino il primario è entrato in stanza con un sorriso diverso. Mi ha detto che ero in remissione.

Il giorno in cui sono tornato a casa, non volevo solo giocare con le macchinine. Volevo che sapessero chi ero diventato in quel tempo sospeso. Ho chiesto a mio padre di accendere la radio e, con le mani che ancora tremavano un po, ho letto loro l ultima canzone che avevo scritto. Non era una canzone triste, era un inno alla sopravvivenza. Parlavo di come il bianco dell ospedale avesse insegnato loro a cercare i colori ovunque, di come il silenzio della paura fosse diventato musica.

Mentre leggevo, ho visto mio padre coprirsi la bocca con la mano e mia madre scoppiare in un pianto che non era più di dolore, ma di liberazione. In quel momento ho capito che scrivere non era servito solo a me per non impazzire, ma era stato un ponte per riportarli a me, per far capire loro che, nonostante tutto, io ero ancora lì, forte e consapevole.

Ora che sono tornato a scuola, i miei capelli stanno ricrescendo, corti e ribelli. A volte guardo i miei compagni che si lamentano per un compito di matematica o per un videogioco che non funziona e sorrido. Io porto con me un segreto che loro non conoscono: so cosa significa l lotta per ogni singolo respiro.

Se aveste dovuto affrontare un inferno per scoprire chi siete veramente, accettereste di tornarci per aiutare qualcun altro a trovare la via d uscita? O preferireste dimenticare tutto e fingere che quel dolore non sia mai esistito?