Scomparsa tra i boschi della Valpolicella: la mia famiglia non sarà mai più la stessa
«Hai preso le mie scarpe nuove?» urlai a Davide, mentre la luce della mattina filtrava a fatica dalle tapparelle. Lui restava in piedi vicino al tavolo della cucina, con quel sorrisetto furbo che aveva imparato da papà: «Sei sempre la solita, Laura, non riesci mai a trovare niente da sola!» sbuffò. Risi, ma dentro sentivo già la tensione di quell’estate del 1997, quando tutto sembrava precario, come sospeso sopra un burrone. Mia madre ci guardava nervosa dalla porta, già vestita per andare al mercato, il grembiule ancora annodato stretto in vita. «State buoni, oggi viene zio Carlo. Finite la colazione in fretta, per favore», disse con la voce tirata. Ma quella fu l’ultima colazione che facemmo insieme.
Quella stessa mattina Davide prese lo zaino, la borraccia e il cappello che aveva rubato a papà e, senza dire nulla, mi fece cenno di seguirlo. «Andiamo al ponte sul fiume,» sussurrò, «ho una cosa da farti vedere.» Avevamo sempre amato quella zona selvaggia della Valpolicella, il fiume che scendeva rapido tra le rocce bianche, nascosto da una cortina di alberi che sembravano prenderci sotto la loro ala. Attraversammo i filari di vite, superammo la vecchia cava, ridendo per i pantaloni impolverati e le scarpe bagnate. Era il nostro modo di sentirci vivi, parte di una natura che ci abbracciava e ci proteggeva dai problemi dei grandi.
Ma quella mattina tutto cambiò. Davide corse avanti, io lo persi di vista per qualche minuto. Quando arrivai al ponte, lui non c’era più. All’inizio pensai che si fosse nascosto per farmi uno scherzo — non era la prima volta — e cominciai a chiamarlo. «Davide! Dai, smettila! Non è divertente!» Le mie grida si persero tra il fruscio delle foglie e il rumore dell’acqua. Provai un’inquietudine strana, come se il bosco si fosse fatto più cupo, più fitto. Rincasai corrotta dal senso di colpa: mi ero fatta prendere dallo spavento, ma volevo crederci ancora, che sarebbe saltato fuori di colpo gridando “Buu!”.
Ma Davide non tornò mai più.
Le ricerche cominciarono subito. Poliziotti che non avevo mai visto setacciarono il bosco, troviamo volantini appesi agli alberi, gente venuta anche da Verona a portare i cani, madri che abbracciavano i figli stretti guardandomi con compassione e paura. Il volto di mia madre si fece sempre più scavato; di mio padre ricordo solo i silenzi, le urla di notte, i bicchieri rotti in cucina. Ogni sera, all’ora di cena, restava una sedia vuota come una ferita aperta che non guariva.
Intanto la gente a scuola sussurrava. «Ma è vero che tuo fratello è scappato?» «Qualcuno dice che fosse stanco di casa vostra…» Le amiche mi evitavano, avevo l’impressione di lasciare un’ombra ovunque andassi. Per anni non sono più riuscita ad avvicinarmi ai sentieri della nostra infanzia — come se la natura stessa avesse inghiottito Davide e volesse ricordarmi ogni giorno che non lo avrei più rivisto.
Passarono i mesi e poi gli anni. La mia famiglia si spaccò in due come un ramo troppo esile. Mia madre cominciò a frequentare la parrocchia, si aggrappava alle preghiere come a una zattera in mezzo al mare. Mio padre beveva sempre di più. Io restavo in camera, ascoltavo la pioggia contro il tetto e cercavo di ricostruire quel giorno maledetto: dove si era fermato mio fratello? Dove avevo sbagliato io?
Poi, quando ormai ero adolescente, trovai una lettera nascosta tra i libri di papà. Era una confessione, scritta a mano tremante: “Non ho mai avuto il coraggio di dirlo a nessuno, Laura. Quel giorno, sono uscito presto per lavoro, ma sapevo che Davide sarebbe andato sul fiume. Avevo paura che scoprisse quello che tenevo nascosto nella cascina vecchia. Non volevo fargli del male… Ma poi è successo qualcosa. Qualcosa che non so spiegare. Forse un attimo di follia, forse solo paura. Non sono riuscito a impedirgli di entrare. Poi non l’ho più visto.”
Rimasi paralizzata mentre le lacrime mi rigavano il viso. Non capivo tutto, ma sapevo che le parole di mio padre erano intrise di colpa e di mistero. Quando provai a chiedergli spiegazioni, lui si chiuse in un silenzio d’acciaio: «Non voglio parlarne. È meglio così.» Da allora in casa nostra si parlava ancora meno, come se il segreto di quella lettera avesse avvelenato anche l’aria che respiravamo. A volte odiavo mio padre, odiavo me stessa per non aver seguito Davide fino in fondo, odiavo il fatto che nessuno avesse il coraggio di chiedere davvero la verità.
Crescendo, ho imparato a vivere nelle crepe di quella ferita. Ho lasciato il paese appena ho potuto, ma il senso di vuoto mi seguiva ovunque andassi. Solo molto più tardi — già adulta, con una famiglia mia — ho trovato la forza di chiedere perdono, non solo agli altri, ma anche a me stessa. Ho cercato mia madre, ho preso suo le mani in cucina, tra le tazze e le briciole: «Mamma, dobbiamo parlarne. Devo sapere.» E lei finalmente ha pianto, ha lasciato che le sue lacrime si mischiassero alle mie. «Nessuno merita di vivere nell’ombra di un addio mai spiegato,» disse, e io ho capito che il dolore si può condividere, anche se non si può spiegare fino in fondo.
Ogni tanto torno nei boschi della mia infanzia. Respiro forte, guardo il fiume — in certi giorni sembra ancora di sentire la voce di Davide chiamarmi da lontano. È possibile perdonare il passato, anche quando continua a far male? E cosa siamo disposti a sacrificare per una verità che forse non porterà mai pace?