Il decimo figlio: Speranze e delusioni di una madre italiana

«Ancora una volta, Anna? Ma quando la smetti?» Le parole di mia suocera si sono infilate sotto la pelle più affilate di uno spillo, mentre appoggiavo le mani sul ventre gonfio, seduta sulla sedia in cucina. Da fuori arrivavano le risate delle mie nove figlie, un suono che mi era caro, ma che ormai nella mia famiglia era diventato motivo di pettegolezzo: nove femmine e ora, di nuovo, una pancia che cresceva. Sapevo già cosa speravano tutti. Ogni occhiata in paese, ogni visita della vicina Maria, ogni parola detta a mezza voce ribadiva la stessa speranza: che questa volta, finalmente, nascesse un maschio. Il lascito del nome, la continuità della famiglia Corsini. Io, invece, tremavo all’idea che anche questa decima gravidanza potesse regalarmi un’altra figlia, come se davvero fosse una delusione, un fallimento personale.

Mio marito Marco, all’inizio, scherzava su quanto fosse “circondato dalle sue principesse”, ma col passare degli anni e delle natività, anche lui aveva cominciato a cambiare. Lo vedevo nei suoi silenzi sempre più lunghi quando ricevevamo le congratulazioni mezze ironiche degli amici o le risate all’osteria. E sentivo la pressione montare con ogni prelievo, ogni ecografia, ogni occhiata furtiva che mi lanciava seduto accanto a me al consultorio. “Chissà se sarà finalmente un maschio…”, mormoravano dottore, ostetrica, mia cognata, stringendomi la mano con finta delicatezza.

Ricordo una sera particolare, una sera in cui il vento urlava fuori dagli scuri e la più piccola delle mie figlie, Sofia, aveva la febbre. Marco era seduto rigido sul bordo del letto, con la testa tra le mani. “Non posso farci niente, Anna,” disse all’improvviso. “Mio padre non me la perdonerebbe mai se non avessi almeno un maschio… Guarda, lavoro tutto il giorno e la gente mi prende in giro. Non era questo che volevo per la mia famiglia.”

Avevo stretto le labbra, il cuore contratto come una noce. Per un momento ho provato rabbia, poi un’ondata di senso di colpa. Stavo davvero sbagliando io? Dov’era il mio sogno, in tutto questo? Quando ero ragazza, tra le colline umbre, credevo che mettere al mondo dei figli sarebbe stato solo un atto d’amore, non una competizione o una prova da superare.

Ogni mattina il piccolo borgo si animava di donne dai sorrisi torvi e uomini che scuotevano la testa mentre passavo. Nella vecchia bottega dove andavo a prendere il pane, la signora Lucia mi tendeva la pagnotta con una smorfia ambigua: “Chissà, magari stavolta porti fortuna, no?” E io sorridevo piano, soffocando la voglia di gridare.

Le mie figlie, ignare o forse solo abituate a sentirsi dire che erano tante, mi riempivano la casa di amore e confusione. Silvia, la maggiore, aveva tredici anni e già sentiva il peso di essere la prima di tante sorelle. “Mamma, a scuola dicono che qui a casa sembra un convento senza frati… Ma tu sei felice?”

Come si risponde a una domanda del genere? Mi inginocchiai davanti a lei, prendendole le mani. “Sono felice di avere voi. Non fatevi mai sentire meno importanti perché siete tante o perché non siete maschi, avete capito? Ogni figlia che ho è un regalo della vita, Silvia.”

Eppure, di notte, restavo sveglia mentre Marco russava accanto a me, domandandomi se davvero credevo in quello che dicevo o se era solo una frase per proteggerle dal sentirsi un errore. La notte era carica di sospiri e pensieri che mi schiacciavano il petto come una pietra.

Il giorno in cui feci l’ennesima ecografia, mi sembrava di essere condannata a una sentenza. L’infermiera appoggiò la mano fredda sulla mia pancia e Marco la fissava quasi senza respirare. “Vuole sapere il sesso del bambino?” chiese la dottoressa, e in quell’istante sentii tutto il peso delle generazioni che mi guardavano. Annuì. Dopo pochi minuti arrivò la risposta. “È una bambina, signora. Sembra proprio una bella bambina sana.”

Marco non disse niente tornando in macchina, soltanto il rumore del motore e radio accesa bassa. Ma la sera, seduto a tavola, lasciò cadere la forchetta nel piatto e si alzò improvvisamente. “Non è giusto, Anna. Non ce la faccio più con tutte queste femmine. È come se la sorte si fosse presa gioco di me. Mi vergogno quasi a uscire di casa.”

Restai in silenzio, paralizzata. Una delle bimbe si mise a piangere sottovoce. Quella notte mi alzai e andai a camminare in paese, la camicia da notte che svolazzava tra i vicoli. Passai davanti alla chiesa, alla fontana, arrivai fino al piccolo cimitero dove mia madre riposa. Le parlai tra i singhiozzi. “Mamma, cosa sto sbagliando? Perché il cuore degli altri conta più del mio?”

Mi sentivo sola come non mai. Eppure, quando tornai indietro e vidi tutte le mie figlie che dormivano abbracciate come un branco di cuccioli, una forza inspiegabile mi fece salire le lacrime agli occhi. Sono madre, sì, e questo è il mio destino. Non posso cambiare il cuore degli altri, ma forse devo iniziare a difendere il mio. Quella notte decisi che avrei chiamato la mia decima bambina Speranza.

Oggi vivo ancora sotto lo sguardo giudicante degli altri, ma ogni giorno insegnano alle mie figlie ad essere orgogliose di ciò che sono, a non vergognarsi mai per avere una madre imperfetta e un padre pieno di paure. Mi domando spesso: quante donne devono ancora soffrire per sogni che non sono i loro? E quanto tempo ci vorrà perché qualcuno si accorga che il vero valore non si misura nel sesso di un figlio, ma nella forza con cui una madre ama?