Mio marito mi ha lasciata dopo tre tentativi di avere un figlio. Quando è tornato, avevo finalmente capito quanto valevo

«L’affitto scade lunedì, almeno quello lo hai considerato?»

Davide continuò a infilare camicie nella valigia. Una manica rimase incastrata nella cerniera. Tirò con forza, come se il problema fosse quello.

«Non posso restare solo perché non sai come pagare le bollette.»

Avevo ancora il cerotto nell’incavo del braccio, quello dell’ultimo prelievo. La mattina ci avevano comunicato che anche il terzo tentativo era fallito. La sera mio marito se ne andava.

Avevo trentotto anni, un contratto da ventiquattro ore in un negozio di casalinghi e settantatré euro sul conto.

Non gli corsi dietro. Rimasi vicino al frigorifero, con in mano il foglio delle analisi. Mi ricordo questa cosa assurda: pensavo che avrei dovuto scongelare il pollo solo per me.

Per quattro anni avevamo organizzato la vita intorno a visite, attese, punture da fare alla stessa ora. Avevo imparato a nascondere i lividi sulla pancia e a sorridere quando qualche parente diceva: «Basta non pensarci».

Davide, all’inizio, mi teneva la mano. Poi aveva cominciato ad aspettarmi in macchina. All’ultimo colloquio ero andata sola: lui aveva una riunione che, diceva, non poteva spostare.

I medici non avevano trovato una causa precisa. Eppure, a casa nostra, il fallimento aveva preso la mia faccia.

«Io voglio una famiglia», mi aveva detto prima di aprire la valigia.

«E io cosa sono?»

Si era passato una mano sulla bocca. Nessuna risposta.

Dopo due settimane scoprii che aveva già cercato una stanza vicino all’ufficio. Non era scappato per lo sconforto di quella mattina. Si stava preparando da tempo.

Quella fu la parte che mi fece più male. Io compravo gli integratori per entrambi, lui cercava dove andare.

Il primo mese pagò metà affitto. Il secondo dovetti ricordarglielo tre volte. Non riuscendo a sostenere le spese, mi rivolsi a un’avvocata tramite uno sportello del Comune: c’erano cose da mettere per iscritto, anche se mi tremavano le mani solo a pronunciare la parola separazione.

Intanto vendevo vestiti usati e spegnevo il riscaldamento prima di cena. A mia madre dicevo che mangiavo al lavoro. Al lavoro dicevo che mangiavo da mia madre.

Fu mia sorella Elena a trovarmi seduta per terra, davanti alla lavatrice aperta.

«Che è successo?»

«È finito il detersivo.»

Scoppiai a piangere così forte che mi mancò il fiato. Non era per il detersivo, certo. Ma era pure per quello.

Elena non mi disse di reagire. Si sedette accanto a me e il giorno dopo mi accompagnò a un gruppo di auto-aiuto segnalato dal consultorio.

La prima sera rimasi con il cappotto addosso. Quando toccò a me, dissi soltanto: «Mio marito mi ha lasciata perché non sono riuscita a dargli un figlio».

Una donna, Paola, appoggiò il bicchiere sul tavolo.

«Un figlio non glielo dovevi.»

Mi irritò. Mi sembrava una frase troppo facile. Tornai comunque la settimana successiva. E quella dopo ancora.

Lì potevo ammettere che invidiavo le amiche incinte e subito dopo sentirmi in colpa. Nessuna mi chiedeva di essere felice per forza.

Quando la responsabile del negozio cercò qualcuno per occuparsi anche degli ordini, alzai la mano. Imparai il gestionale restando mezz’ora in più, con un quaderno pieno di frecce e cancellature. Dopo tre mesi mi proposero il tempo pieno.

Il primo stipendio intero non mi cambiò la vita. Mi permise di pagare affitto, luce e spesa senza chiedere aiuto. Quella sera comprai anche delle pesche, senza fare il conto sul telefono.

Davide tornò undici mesi dopo.

Mi aspettò fuori dal negozio con il giubbotto che gli avevo regalato io.

«Ho sbagliato. Mi mancavi. Potremmo riprovare.»

Sentii il vecchio desiderio di abbracciarlo. Mi fece rabbia provarlo ancora.

«Riprovare cosa?»

«Noi. E magari, con un altro centro…»

Abbassò gli occhi. Si era accorto anche lui di quello che aveva detto.

«E se non arrivasse mai un figlio?»

«Non puoi saperlo.»

«Appunto. Tu riusciresti a stare con me senza aspettare che succeda?»

Cominciò a parlare di specialisti, di possibilità. Aspettai che finisse. Speravo ancora in una risposta diversa.

Poi gli dissi di no.

A casa piansi, ma preparai la cena. Il giorno dopo avevo il turno presto.

Un tempo avrei accettato qualsiasi cosa pur di farmi scegliere di nuovo. Ma che amore sarebbe stato, se per tenerlo avessi dovuto promettere qualcosa che nessuno poteva garantire?