Ho lottato per anni per non perdere la casa di mio figlio. Poi il giudice ha assegnato metà appartamento a mia suocera
«Questa parete va abbattuta», disse il geometra, indicando i segni a matita con cui avevo misurato l’altezza di mio figlio.
Teresa, mia suocera, annuì. Io avevo ancora il grembiule del supermercato sotto il cappotto.
«Lì c’è scritto quanto era alto a sei anni.»
«Il tecnico non può tener conto di queste cose, Elena.»
Mi girai verso di lei. Dopo tre anni di tribunale, era quella frase a farmi tremare le mani.
Quando Paolo se n’era andato, Matteo aveva quattro anni. Disse che aveva bisogno di respirare. Prese due borse, lasciò le chiavi sul mobile e sparì dalle nostre giornate. All’inizio telefonava la domenica. Poi una volta al mese. Poi niente.
I trecento euro stabiliti per il mantenimento arrivarono quattro volte. Conservavo i bonifici come se potessero dimostrare che non mi ero inventata un marito.
La casa era stata il nostro errore più grande, ma allora sembrava una fortuna.
Teresa aveva pagato metà dell’acquisto con i soldi della liquidazione, intestandosi quella quota. L’altra metà era mia, comprata con un mutuo e l’anticipo lasciatomi da mio padre. Paolo, che aveva già debiti, non risultava proprietario.
«Così resterà qualcosa a Matteo», diceva lei davanti al notaio.
Io avevo sentito soltanto la parola “resterà”.
Per sette anni pagai la rata facendo turni alla cassa e pulendo due scale prima dell’apertura. Matteo imparò presto a non chiedere le scarpe viste ai compagni.
Una sera lo trovai che cancellava una voce dalla lista della gita.
«Non mi interessa andarci.»
Aveva già preparato lo zaino.
Teresa veniva ogni sabato con una busta di frutta. Guardava le bollette sul frigorifero, controllava le finestre.
«Se avessi parlato meno, magari mio figlio sarebbe rimasto.»
Le prime volte piangevo dopo che usciva. Poi cominciai a risponderle.
«Tuo figlio può almeno ricordarsi il compleanno del suo?»
Da quel giorno la frutta arrivò meno spesso. Le richieste, invece, aumentarono. Voleva una stanza a disposizione, una copia delle chiavi, essere consultata se cambiavo una serratura.
Infine arrivò la raccomandata.
Chiedeva lo scioglimento della comunione. Nella lettera del suo avvocato c’era scritto che voleva salvaguardare il patrimonio destinato al nipote.
La chiamai dal parcheggio del supermercato.
«Per proteggere Matteo vuoi fargli perdere casa?»
«Non voglio perdere quello che ho messo io.»
Almeno, quella volta, era stata sincera.
Non potevo liquidare la sua metà. Lei non voleva comprare la mia. Durante una mediazione propose di vendere tutto.
«Con la tua parte trovi un bilocale fuori città.»
Fuori città significava cambiare scuola, perdere i vicini che prendevano Matteo quando facevo chiusura, aggiungere due autobus alla giornata. Per lei erano chilometri. Per me era tutto il sistema che ci teneva in piedi.
La causa durò tre anni. Permessi non pagati, documenti, anticipi all’avvocata. Una volta saltai una visita dal dentista per pagare una perizia. Il dolore mi svegliava di notte, ma questo al giudice non serviva saperlo.
Il consulente stabilì che l’appartamento, nato dall’unione di due alloggi, si poteva dividere ripristinando il secondo ingresso. Il giudice assegnò una porzione a ciascuna, con un piccolo conguaglio per compensare la differenza di valore.
Non ci obbligava a vivere insieme. Sulla carta erano due case. Nella realtà avremmo sentito lo stesso ascensore, gli stessi scarichi, i colpi di tosse oltre il muro.
Teresa si trasferì nella sua parte dopo i lavori. Aveva venduto il proprio alloggio per aiutare Paolo a chiudere certi debiti. Me lo disse Matteo: lei gli aveva chiesto di non raccontarmelo.
Andai a bussare ancora con la busta della spesa in mano.
«A lui paghi i debiti. A noi mandi l’avvocato.»
Abbassò gli occhi.
«È mio figlio.»
«Anche Matteo è suo figlio.»
Non ebbe niente da rispondere.
Per mesi ci salutammo appena. Matteo passava da lei qualche pomeriggio. Io gli chiedevo se avesse studiato, non cosa si fossero detti. Era l’unica cosa che riuscivo a fare bene in tutta quella rabbia.
Poi una sera ebbi la febbre alta. Sentii Teresa accompagnarlo al mio ingresso con una pentola di minestra.
«Non significa che siamo a posto», le dissi.
«Lo so.»
Appoggiò la pentola e tornò di là.
Adesso abbiamo due campanelli e Matteo possiede entrambe le chiavi. I segni della sua altezza li ho fotografati prima dei lavori. Ogni tanto li guardo, soprattutto quello dei sei anni.
Non so ancora se Teresa abbia difeso un diritto o usato quel diritto per punirmi. Mi chiedo soltanto perché, in questa famiglia, a pagare l’assenza di un uomo siamo rimasti sempre noi.