Ho trovato la firma di mia madre sulla vendita della sua casa: a mio fratello andavano i soldi, a me restava il dovere di assisterla
«A tuo fratello servono i soldi. Tu, invece, te la sei sempre cavata.»
Mia madre lo disse mentre raccoglievo da terra i fogli del notaio. Mi erano scivolati dalle mani insieme alla sua tessera sanitaria, quella che cercavo per prenotarle il controllo cardiologico.
Sul tavolo c’era già una penna. Accanto, il piattino con i biscotti che comprava soltanto quando veniva Paolo.
«Vendi casa e non mi dici niente?»
«La nuda proprietà, Elena. Io resto qui fino alla fine.»
Fino alla fine. Come se fosse una scadenza della luce.
Avevo quarantasei anni, un figlio alle superiori e un contratto da ventotto ore alla cassa di un supermercato. Dopo la separazione, contavo tutto: benzina, mensa, persino le monete per il parcheggio dell’ospedale.
Da tre anni passavo da mamma prima del lavoro. Le preparavo le medicine, controllavo la pressione, mettevo su una lavatrice. La sera tornavo se aveva male alle gambe.
Paolo abitava a venti minuti. Arrivava la domenica, mangiava, le cambiava una lampadina e diventava «quel santo di tuo fratello».
Non ero gelosa della lampadina. Ero stanca. Che poi, detta così, sembra una cosa piccola.
«Quanto?» chiesi.
Mamma lisciò la tovaglia.
«Ottantaduemila euro.»
Mi sedetti senza togliermi il cappotto.
L’attività di Paolo era chiusa da mesi. Sapevo dei debiti, non delle rate arretrate del mutuo. Non sapevo che mamma avesse già incontrato un acquirente. E soprattutto non sapevo di essere l’unica esclusa da una decisione che avrebbe cambiato anche la mia vita.
«E quando ti servirà qualcuno tutti i giorni? Una persona pagata, intendo.»
Lei mi guardò, quasi offesa.
«Ci sei tu.»
Eccola, la parte che nessuno aveva bisogno di scrivere dal notaio.
Chiamai Paolo dal pianerottolo. Avevo ancora in mano la ricetta del cardiologo.
«Non cominciare con l’eredità», disse subito.
Mi appoggiai al muro freddo.
«Io sto parlando di mamma.»
«Anche io. Se perdo casa, dove vado con i bambini?»
«E io dove vado quando non reggo più?»
Lui sbuffò. Quel soffio nel telefono mi fece più male di una parolaccia.
«Tu sei sempre stata più forte.»
Rimasi zitta. Quante cose si riescono a scaricare addosso a una persona chiamandola forte.
Quella sera mio figlio Matteo mangiò una frittata bruciata senza protestare. Poi mise il piatto nel lavello.
«Domani vieni a vedermi giocare?»
Avevo promesso. Me n’ero dimenticata: mamma voleva sistemare il ripostiglio.
«Sì», dissi.
«Anche se chiama nonna?»
Mi vergognai così tanto che dovetti aprire il rubinetto per non rispondere subito.
Il sabato andai alla partita. Al terzo squillo risposi: mamma non trovava una bolletta.
«La cerchiamo lunedì.»
«Ma sei arrabbiata ancora?»
Guardai Matteo in panchina, che cercava la mia faccia tra i genitori.
«Sì. Ma adesso sono con mio figlio.»
Lunedì portai da lei un quaderno. Avevo segnato appuntamenti, spese anticipate, ore di permesso. Non per farmi pagare l’amore. Perché almeno si vedesse il lavoro.
Paolo arrivò in ritardo, con il telefono all’orecchio.
Aspettai che chiudesse.
«La casa è tua, mamma. Puoi venderla. Ma io non posso essere il piano per tutto quello che viene dopo.»
Lei cominciò a piangere.
«Allora mi abbandoni.»
Mi venne da chiederle scusa. Avevo già aperto la bocca.
Poi vidi le mie mani: screpolate dal detersivo, con un taglietto sotto l’unghia che non guariva mai.
«No. Verrò due pomeriggi. Per il resto dobbiamo organizzarci tutti.»
Paolo spinse via il quaderno.
«Proprio adesso devi fare questi conti?»
«Quando, Paolo?»
Non rispose.
La vendita si fece, ma mamma trattenne ventimila euro. Il notaio le aveva raccomandato una riserva; stavolta gli diede ascolto. Con una parte paga un aiuto per le pulizie e la spesa. Paolo ha accettato di accompagnarla alle visite, anche se già due volte ha provato a chiedermi il cambio.
Non è diventato un altro uomo. E mamma continua a raccontare alle vicine quanto lui sia preoccupato.
Io continuo ad andarci. A volte trovo i miei biscotti, altre volte soltanto la televisione alta e il suo muso lungo. Mi siedo lo stesso, ma all’ora stabilita mi alzo.
Ieri mi ha detto: «Prima avevi più pazienza».
Le ho chiuso piano il cassetto delle medicine.
«Prima non ti dicevo quando l’avevo finita.»
Le voglio bene anche adesso che le dico di no. Perché, però, in una famiglia chi mette un limite deve sempre dimostrare di amare abbastanza?