Mia suocera mi disse che il secondo figlio era un lusso: ho preso mio figlio e me ne sono andata
«Un altro figlio? Ma siete impazziti?»
Mia suocera Anna lasciò cadere il cucchiaino nella tazzina e mi fissò la pancia, anche se allora non si vedeva ancora nulla. Mio marito Marco era accanto a me. Gli strinsi la mano sotto il tavolo, aspettando che dicesse qualcosa.
Lui abbassò gli occhi.
«Mamma, ormai è successo. Siamo contenti.»
«Contenti voi. Poi chi paga?» rispose lei. «Questa casa è già stretta. Marco lavora per mantenere tutti e tu, Elisa, stai a casa.»
Quella frase fu l’inizio.
Vivevamo in una porzione della casa dei genitori di Marco, vicino a Modena. Il nostro appartamento era separato dal loro da un cortile di pochi metri. In teoria avevamo la nostra autonomia. In pratica Anna entrava senza bussare, spesso con la scusa di portare il pane o vedere Matteo, nostro figlio di quattro anni.
Io avevo lasciato il lavoro al bar perché tra l’asilo, le febbri continue e gli orari di Marco in fabbrica non riuscivamo a organizzarci. Non facevo la signora. Mi alzavo alle sei e mezza e la sera crollavo vestita sul divano.
Eppure, per Anna, non facevo mai abbastanza.
«Matteo è troppo leggero, gli dai da mangiare?»
Oppure: «Con quei pantaloni sembra trascurato.»
Apriva il frigorifero, sollevava i coperchi delle pentole, passava un dito sui mobili. Poi telefonava alle sorelle, Franca e Mirella, raccontando che suo figlio si era messo sulle spalle una famiglia troppo grande.
Lo seppi perché un pomeriggio sentii il mio nome dalla finestra aperta.
«Elisa si è fatta mettere incinta di nuovo e adesso Marco dovrà ammazzarsi di lavoro.»
Mi si gelarono le mani. Quella sera raccontai tutto a mio marito.
«Non prendere ogni parola sul personale», disse, togliendosi le scarpe. «Mamma è fatta così.»
Quante cose si perdonano con quella frase? È fatta così. Come se io, invece, fossi fatta per sopportare.
La situazione peggiorò quando la pancia cominciò a vedersi. Anna parlava davanti a Matteo.
«La mamma adesso è nervosa. Con il pancino diventa cattiva.»
Mio figlio iniziò a chiedermi se il bambino mi avrebbe fatto diventare cattiva davvero. Quella domanda mi spezzò. Non dormivo più. Sentivo il cancello aprirsi e il cuore partiva a correre. A volte chiudevo la porta a chiave, ma Anna bussava con forza finché non aprivo.
Marco continuava a mediare. O almeno così lo chiamava lui.
«Abbiate pazienza tutte e due.»
Ma la pazienza la chiedeva sempre a me.
Il litigio definitivo scoppiò per una bolletta. Anna entrò agitando il foglio della luce e disse che consumavamo troppo. Le spiegai che avremmo pagato la nostra parte, come sempre. Lei rise.
«Con quali soldi? Quelli che guadagna mio figlio?»
«Sono anche i soldi della nostra famiglia.»
Il suo viso cambiò.
«Questa non è casa tua. Non lo è mai stata. Se non ti va bene, prendi le tue cose e vattene.»
Marco era sulla porta. Mi voltai verso di lui, aspettando finalmente un gesto, una parola netta.
«Mamma, basta», mormorò.
Solo quello.
Preparai una valigia mentre Matteo piangeva perché pensava di aver fatto qualcosa di sbagliato. Guidai fino a Parma, dai miei genitori, con le gambe che tremavano e una mano sulla pancia. Mia madre Caterina non fece domande. Mi abbracciò e disse: «Prima dormi. Domani pensiamo al resto.»
Marco rimase da sua madre per quattro giorni. Quattro giorni in cui controllavo il telefono e mi chiedevo se avrebbe scelto noi.
Poi arrivò con due borse e gli occhi rossi.
Affittammo un monolocale umido, al terzo piano senza ascensore. Marco faceva turni extra. Io vendevo vestiti usati e contavo ogni moneta al supermercato. Quando nacque Lucia, dormiva in una culla accanto al tavolo della cucina. Eravamo stretti, stanchi e pieni di paura, ma nessuno entrava senza bussare.
Ora Anna manda messaggi ogni giorno. Dice che si è pentita, che vuole vedere Matteo e conoscere Lucia. Al telefono piange. Marco pensa che io sia stata troppo drastica.
«È sempre mia madre», mi ha detto.
«E loro sono i miei figli», ho risposto. «Tu puoi andare da lei. Io non li riporto in quella casa.»
Non voglio vendetta. Voglio solo che i miei bambini crescano senza sentire che la loro esistenza è un peso.
Secondo voi sto proteggendo la mia famiglia, oppure il dolore mi sta facendo alzare un muro troppo alto?