Mio figlio mi ha chiesto perché la nonna ama di più i suoi cugini: quella sera ho smesso di tacere
«Mamma, perché la nonna vuole più bene a Matteo e Giulia che a me?»
Lorenzo me lo chiese in macchina, con il sacchetto della merenda stretto tra le mani. Aveva otto anni. Guardava fuori dal finestrino per non incrociare i miei occhi.
Eravamo appena usciti dal compleanno di mia suocera, Teresa. Ai figli di sua figlia, Paola, aveva regalato due buste con cinquanta euro ciascuna, “perché siete i tesori della nonna”. A Lorenzo aveva dato una tavoletta di cioccolato presa al supermercato.
Non era il valore del regalo. Era il modo.
«La nonna ti vuole bene», risposi, ma la voce mi uscì debole.
Lorenzo scrollò le spalle. «Allora perché non viene mai alle mie partite?»
Non seppi cosa dire.
Mio marito Marco guidava in silenzio. Aveva le mani rigide sul volante e la mascella serrata. Quando arrivammo a casa, Lorenzo corse in camera. Io chiusi la porta della cucina e guardai Marco.
«Hai sentito tuo figlio?»
«Sì.»
«E non dici niente?»
Marco sbatté le chiavi sul tavolo. «Cosa vuoi che dica? È sempre stato così.»
Quella frase mi fece più rabbia di tutto il resto.
Teresa aveva sempre preferito Paola. Da ragazza, Paola aveva ricevuto la macchina, l’anticipo per l’appartamento e perfino i soldi per il matrimonio. Marco, invece, aveva lavorato d’estate in uno stabilimento balneare per pagarsi gli studi. Quando ci sposammo, Teresa ci regalò un servizio di piatti incompleto e disse che dovevamo imparare a cavarcela.
Noi ci eravamo arrangiati davvero. Mutuo, bollette, spesa contata al centesimo. Quando Marco rimase tre mesi senza lavoro, chiedemmo a Teresa un piccolo prestito. Lei disse di non avere disponibilità.
Una settimana dopo scoprimmo che aveva pagato a Paola una cucina nuova da dodicimila euro.
Marco fece finta che non gli importasse. Ma quella sera lo trovai seduto al buio sul balcone.
«Forse non sono mai stato abbastanza per lei», disse.
Io gli presi la mano, però dentro di me nacque una rabbia che non riuscivo più a mandare giù.
Dopo la domanda di Lorenzo, chiamai Teresa.
«Domani dobbiamo parlare.»
«Se è per il regalo, non cominciare. Paola ha più bisogno.»
«Non è per il regalo. È per tuo nipote.»
Il giorno dopo andai da lei da sola. In cucina c’era odore di caffè e sugo. Teresa continuava a sistemare tazze per non guardarmi.
«Lorenzo pensa che tu non gli voglia bene.»
Si fermò. «Ma che sciocchezza.»
«Non è una sciocchezza. È un bambino e vede tutto. Vede che accompagni Matteo a calcio, che tieni Giulia ogni pomeriggio, che paghi le loro vacanze. A lui telefoni solo quando te lo ricordo io.»
Teresa si irrigidì. «Paola è sola.»
«Paola ha un marito, due stipendi e una casa pagata da voi. Noi non ti chiediamo soldi. Chiediamo che Marco e Lorenzo non vengano trattati come parenti di seconda scelta.»
Lei diventò rossa. «Tu non sai niente dei sacrifici che ho fatto.»
«E tu non sai quante volte tuo figlio si è sentito sbagliato.»
Il silenzio fu pesante. Teresa si sedette lentamente e si strinse il grembiule tra le dita.
Poi disse una cosa che non mi aspettavo.
«Marco mi ricorda suo padre.»
Suo marito, Franco, era morto da anni. Aveva tradito Teresa e se n’era andato per un periodo quando i figli erano piccoli. Marco gli somigliava nel viso, nei gesti, perfino nel modo di tacere.
«Con Paola mi sentivo necessaria», confessò. «Marco non chiedeva mai niente. Pensavo fosse forte.»
«Era un bambino anche lui.»
Teresa abbassò gli occhi. Per la prima volta la vidi non come la suocera dura che avevo combattuto per anni, ma come una donna piena di ferite mai curate. Questo, però, non cancellava il male fatto.
La domenica successiva venne a casa nostra. Portava una crostata fatta da lei e tremava leggermente.
«Lorenzo, posso parlarti?»
Lui rimase vicino a me.
Teresa si chinò. «La nonna ha sbagliato. Non perché tu abbia fatto qualcosa. Ho sbagliato io.»
Lorenzo la fissò per qualche secondo. «Verrai alla mia partita?»
«Sì. Se mi vuoi.»
«Vediamo», rispose lui, serio.
Mi scappò quasi da ridere, ma avevo gli occhi pieni di lacrime.
Da allora non è diventato tutto perfetto. Paola si è offesa, accusandoci di volerle togliere l’aiuto della madre. Marco ha ancora difficoltà a fidarsi. Teresa qualche volta ricade nelle vecchie abitudini, poi prova a correggersi.
Ora segna sul calendario le partite di Lorenzo. Ha smesso di fare regali sproporzionati e cerca di dedicare tempo a ogni nipote. Noi, in cambio, abbiamo lasciato aperta una porta, ma non senza limiti.
Mi chiedo ancora se sia giusto perdonare quando una ferita ha segnato perfino un bambino. Voi avreste dato a Teresa un’altra possibilità, oppure certe differenze non si possono più dimenticare?