Ho trovato mia suocera con il frigorifero vuoto. Ora è in una RSA, ma continuo a chiedermi se l’ho abbandonata
«Teresa, ma tu oggi hai mangiato?»
Mia suocera abbassò gli occhi sul tavolo. Davanti a lei c’era una tazza con due dita di latte freddo e tre biscotti spezzati.
«Non avevo tanta fame, Anna.»
Aprii il frigorifero. Una confezione di formaggio scaduta, mezzo limone rinsecchito e una vaschetta di prosciutto ormai grigia. Nel mobile trovai soltanto pasta, zucchero e una scatola di tonno.
Mi si chiuse lo stomaco.
Teresa aveva ottantadue anni, il diabete e una gamba che le faceva male da mesi. Paolo, mio marito, passava da lei due sere alla settimana dopo il lavoro. Suo fratello Stefano sosteneva di sentirla ogni giorno. Tutti eravamo convinti che, in qualche modo, mangiasse.
In qualche modo. Che frase vigliacca.
«Da quanto non fai la spesa?» le chiesi.
Lei si strinse nel golfino.
«Stefano ha detto che veniva. Poi aveva la recita di sua figlia. Paolo era stanco. Io non volevo disturbare.»
Quella sera chiamai subito mio marito.
«Tua madre è dimagrita tantissimo. Non ha niente da mangiare.»
Paolo rimase in silenzio. Poi disse piano: «Domenica le ho lasciato cinquanta euro.»
Ma Teresa non usciva quasi più. Aveva paura di cadere sulle scale e si vergognava a chiedere aiuto.
Il giorno dopo pesava quarantasette chili. Il medico ci parlò di malnutrizione, disidratazione e farmaci presi male. Paolo si mise le mani nei capelli. Io piansi in macchina, prima di rientrare al lavoro.
Da quel momento provai a organizzare tutto. Preparavo le porzioni la sera, mettevo le etichette sui contenitori e passavo da lei prima dell’ufficio. Alle sette e dieci ero già nella sua cucina. Alle otto e mezza correvo alla fermata dell’autobus, spesso senza aver fatto colazione.
A casa avevo mio figlio Matteo, quattordici anni, che iniziò a lamentarsi.
«Mamma, ormai sei sempre dalla nonna.»
Aveva ragione. Anche Paolo faceva quello che poteva, ma lavorava in un’officina e tornava distrutto. I soldi per un’assistente familiare a tempo pieno non c’erano. Pagavamo ancora il mutuo e le ripetizioni di matematica di Matteo.
Stefano, invece, mandava messaggi.
“Dovreste farle mangiare più proteine.”
“Controllate che beva.”
“Sentite un geriatra.”
Una sera lo chiamai mentre lavavo i contenitori di Teresa.
«Stefano, domani puoi accompagnarla alle analisi?»
«Domani proprio no. Ho una riunione.»
«E venerdì?»
«Anna, non posso organizzarmi da un momento all’altro.»
Mi scappò una risata nervosa.
«Da un momento all’altro? Tua madre non mangia da settimane.»
«Non è solo mia madre. E tu non devi farmi la predica.»
Quelle parole mi ferirono più del previsto. Io non ero sua figlia. Eppure ero quella che puliva il bagno, cambiava le lenzuola e controllava se Teresa avesse ingoiato le compresse.
«Io almeno ci sono», dissi.
Lui chiuse la telefonata.
Pochi giorni dopo Teresa cadde in cucina. La trovai seduta a terra, appoggiata al termosifone. Non riusciva a rialzarsi e non sapeva da quanto tempo fosse lì.
Al pronto soccorso ci dissero che non poteva più restare sola. Serviva assistenza continua.
La discussione scoppiò nel corridoio, davanti ai distributori automatici.
«Una RSA costa troppo», disse Stefano.
«Allora portala a casa tua», risposi.
«Tu hai una stanza in più.»
«Io ho anche un lavoro, un figlio e una schiena che non regge più. Per te è facile decidere della mia stanza.»
Paolo ci chiese di smetterla. Aveva gli occhi rossi e sembrava invecchiato in una notte.
Alla fine trovammo una RSA convenzionata a quaranta minuti da casa. La pensione di Teresa copriva una parte della retta. Il resto lo dividemmo, anche se Stefano protestò fino all’ultimo centesimo.
Il giorno dell’ingresso, Teresa teneva la borsa sulle ginocchia.
«Ho fatto qualcosa di male?» mi domandò.
Quella frase mi spezzò.
«No, mamma. Qui ti aiuteranno. Mangerai bene, avrai il medico vicino.»
La chiamai mamma per la prima volta. Lei mi accarezzò la guancia, ma non rispose.
Ora ha ripreso tre chili. Quando andiamo a trovarla, la trovo pulita, pettinata e spesso seduta con altre signore. So che è più al sicuro. Lo vedo.
Eppure, ogni volta che esco da quella porta, sento di averla lasciata indietro.
Forse amare qualcuno significa anche riconoscere di non potercela fare da soli. Ma voi, al mio posto, avreste trovato un altro modo o avreste preso la stessa decisione?