Ho cresciuto da sola le mie figlie rinunciando a tutto, ma quando ho chiesto loro di lasciare casa mia mi hanno chiamata egoista
«Quindi ci stai cacciando? Dopo tutto quello che abbiamo passato?»
Mia figlia Chiara gridava in cucina, con mio nipote che piangeva dietro la porta e il sugo che si bruciava sul fornello. Marta, l’altra mia figlia, teneva le braccia incrociate. Non mi guardava nemmeno.
Io avevo ancora in mano la bolletta del gas e sentivo le gambe tremare.
«Non vi sto cacciando. Vi sto chiedendo di trovare una casa vostra.»
«È la stessa cosa», disse Marta, fredda.
Avevo cinquantanove anni e, per la prima volta nella mia vita, stavo chiedendo qualcosa per me.
Mio marito, Paolo, se n’era andato quando Chiara aveva sette anni e Marta quattro. Una domenica aveva preparato una valigia dicendo che aveva bisogno di respirare. Dopo un mese scoprii che respirava benissimo a casa di un’altra donna.
Gli alimenti arrivavano quando capitava. Io lavoravo la mattina in un panificio e la sera pulivo le scale di tre condomìni. Tornavo con le mani screpolate dalla candeggina, preparavo la cena e controllavo i quaderni.
Alle bambine dicevo che non avevo fame. In realtà spesso rimaneva una sola cotoletta e la dividevo tra loro.
Non sono mai andata in vacanza. Ho portato lo stesso cappotto per quindici inverni. Quando Chiara volle partecipare alla gita scolastica a Roma, vendetti la collanina di mia madre. Nessuno lo seppe.
Poi le mie figlie sono cresciute. Chiara ha avuto un bambino con Stefano e, dopo lo sfratto dal loro bilocale, mi ha chiesto ospitalità per qualche mese. Marta è arrivata l’anno seguente con Luca e due gemelline, perché il proprietario aveva aumentato l’affitto.
Il mio appartamento aveva due camere, un bagno e una cucina stretta. Eravamo in nove.
Io dormivo su un divano letto in soggiorno. Conservavo i vestiti in due scatole sotto il tavolo. La mattina aspettavo quaranta minuti per entrare in bagno e spesso arrivavo tardi al panificio. C’erano passeggini nel corridoio, giocattoli ovunque e discussioni continue su piatti sporchi, spesa e rumore.
Stefano lavorava a chiamata. Luca diceva di cercare, ma passava ore col telefono in mano. Le mie figlie contribuivano quando potevano, eppure quasi tutte le bollette finivano sulle mie spalle.
Una sera trovai nel cassetto una comunicazione della banca. Mancavano duemila euro dal libretto dove tenevo i pochi risparmi per la pensione.
Chiara confessò di averli presi usando la delega che le avevo dato anni prima.
«Dovevo pagare dei debiti di Stefano. Te li avremmo restituiti.»
«Senza chiedermelo?»
Abbassò gli occhi. Stefano rimase sul balcone a fumare.
Quella notte non dormii. Guardavo il soffitto mentre uno dei bambini tossiva nella stanza accanto. Mi sentivo cattiva anche solo pensando di mandarli via. Una madre deve aiutare, certo. Ma fino a quando? Fino a sparire del tutto?
Il giorno dopo diedi loro sei mesi. Mi ero informata presso il Comune, avevo raccolto annunci, contatti per contributi all’affitto e domande per gli alloggi popolari. Non li stavo abbandonando. Cercavo una via d’uscita per tutti.
Ma loro sentirono soltanto un rifiuto.
Marta chiamò Paolo, il padre che per anni aveva mandato due messaggi a Natale. Lui ebbe persino il coraggio di telefonarmi.
«Sono comunque le tue figlie.»
Rimasi in silenzio, poi risi. Una risata brutta, nervosa.
«Le mie? Quando avevano la febbre erano mie. Quando mancavano i soldi erano mie. Adesso che dico basta diventano anche tue?»
Riattaccò.
Per settimane in casa nessuno mi parlò davvero. Si comunicava con biglietti sul frigorifero. Le bambine percepivano tutto e diventavano capricciose. Io piangevo nel bagno, piano, con il rubinetto aperto.
Alla fine Marta trovò un appartamento in periferia, piccolo ma dignitoso. Luca accettò un lavoro in magazzino. Chiara, invece, se ne andò accusandomi di preferire il silenzio ai miei nipoti.
Il giorno del trasloco lasciò le chiavi sul tavolo.
«Spero che tu sia contenta adesso.»
Non lo ero. Appena la porta si chiuse, mi sedetti sul divano e piansi fino a farmi male al petto.
Poi vidi la casa vuota. Le pareti erano sporche, una sedia rotta, il frigorifero quasi vuoto. Ma c’era silenzio. Un silenzio che non ricordavo più.
Da tre mesi dormo di nuovo in una camera vera. Con Marta i rapporti stanno lentamente migliorando. Chiara risponde raramente e questo mi distrugge, però non posso più comprare il suo affetto rinunciando alla mia vita.
Sono stata davvero una madre egoista, oppure anche una madre ha il diritto, prima o poi, di smettere di sacrificarsi? Voi al mio posto avreste aperto ancora la porta o avreste fatto come me?