Mia figlia mi ha chiamata egoista perché, dopo anni passati a crescere i suoi figli, ho deciso di andare a vivere con l’uomo che amo
«Quindi ci lasci nella merda per andare a fare la fidanzatina a sessantadue anni?»
Laura lo disse davanti ai bambini, con una mano ancora appoggiata sul frigorifero aperto. Il piccolo Tommaso smise di mangiare il biscotto. Elisa abbassò gli occhi sul quaderno.
Io rimasi in piedi vicino al tavolo della cucina, con le chiavi strette nel pugno. Mi facevano male le dita, ma non le aprii.
«Non vi sto lasciando nella merda. Ti sto dicendo che tra un mese andrò a vivere con Gianni.»
«È la stessa cosa.»
Quelle tre parole mi colpirono più di un insulto.
Per sette anni ero stata io a suonare il citofono alle sette meno un quarto. Preparavo il latte, controllavo gli zaini, accompagnavo Elisa alle elementari e Tommaso alla scuola dell’infanzia. Il lunedì facevo la spesa. Il martedì stendevo il bucato, perché Laura usciva tardi dall’ufficio. Il mercoledì portavo Elisa a danza. Quando uno dei bambini aveva la febbre, non serviva neppure chiedere.
«Mamma, puoi?»
E io potevo sempre.
O almeno così credevano tutti.
Dopo la morte di mio marito, Renato, quella routine mi aveva salvata. Tornare nel mio appartamento vuoto mi faceva paura. Il silenzio sembrava avere un peso. A casa di Laura c’erano piatti da lavare, cartoni animati accesi e bambini che mi saltavano addosso gridando: «Nonna!»
Mi sentivo utile. Poi, lentamente, essere utile era diventato essere disponibile. E infine essere obbligata.
Gianni lo avevo conosciuto due anni prima alla festa di pensionamento di una collega. Era vedovo, abitava a Velletri e aveva un modo buffo di arrotolare il tovagliolo mentre parlava. Non mi fece promesse enormi. Mi invitò semplicemente a prendere un caffè.
Con lui avevo ricominciato a ridere senza controllare l’orologio.
Ma ogni nostro programma dipendeva da Laura.
Una domenica dovevamo andare al lago. Alle otto del mattino arrivò un messaggio: «Matteo ha la febbre, puoi tenere i bambini? Abbiamo già prenotato il pranzo con i suoi.»
Cancellai tutto. Gianni non protestò. Disse solo: «Prima o poi dovrai spiegare a tua figlia che aiutare non significa consegnarle la tua vita.»
Mi offesi. Perché certe verità, quando non siamo pronti, sembrano cattiverie.
La proposta di convivere arrivò mesi dopo. Gianni aveva una casa con un piccolo terrazzo, due camere e gerani mezzi secchi che sosteneva di saper curare. Mi mostrò un armadio vuoto.
«Questo potrebbe essere tuo. Ma solo se lo vuoi davvero, Anna.»
Guardai quell’armadio e mi venne da piangere. Non per i vestiti. Per lo spazio che qualcuno aveva deciso di lasciarmi nella sua vita.
Quando lo raccontai a Laura, lei non mi chiese se fossi felice. Prese il calendario dal muro.
«E il martedì chi prende Elisa?»
«Dovrete organizzarvi.»
«Io esco alle sei. Matteo pure.»
«Esistono il doposcuola, una baby-sitter, magari potete alternarvi.»
Laura sbatté il calendario sul tavolo.
«Sai quanto costa una baby-sitter? Il mutuo non si paga da solo.»
Lo sapevo. Conoscevo ogni loro rata, ogni bolletta, perfino il giorno in cui Matteo riceveva lo stipendio. Più di una volta avevo pagato io la mensa scolastica, dicendo che era un regalo ai bambini.
«Posso continuare ad aiutarvi qualche giorno. Ma non tutti i giorni.»
«Da Velletri? Con il traffico? Ma per favore.»
Fu allora che mi chiamò egoista.
Matteo arrivò mentre stavamo litigando. Laura gli raccontò tutto come se io avessi confessato un reato. Lui si tolse la giacca molto lentamente.
«Anna, capisco la relazione. Però potevi aspettare. Almeno finché Tommaso non va alle elementari.»
«Sono altri due anni.»
«Due anni passano.»
«Anche per me passano, Matteo.»
Nessuno rispose.
Avevo sessantadue anni, non novanta. Eppure loro parlavano del mio tempo come se valesse meno del loro. Come se i miei giorni fossero una riserva familiare da usare in caso di scioperi, riunioni, influenze e aperitivi aziendali.
Me ne andai senza salutare. In macchina piansi così forte che dovetti fermarmi davanti a una farmacia. Pensai di rinunciare a Gianni. Pensai ai bambini che avrebbero creduto che la nonna li aveva lasciati. Il senso di colpa sa essere preciso: trova il punto dove sei più fragile e preme proprio lì.
Per una settimana Laura non mi telefonò. Poi arrivò un messaggio secco: «Elisa ha la febbre. Immagino che tu abbia da fare.»
Andai lo stesso.
Quando entrai, Laura era in bagno. Elisa dormiva sul divano. Sul tavolo c’erano tazze sporche e una montagna di panni. Iniziai automaticamente a sistemare, poi mi fermai.
Ecco cosa ero diventata: una mano che raccoglieva cose.
Quando Laura uscì, aveva gli occhi gonfi.
«Il mio responsabile mi ha detto che non posso continuare a chiedere permessi.»
«Mi dispiace.»
«No, non ti dispiace. Hai scelto.»
«Sì, ho scelto. Ma non contro di te.»
Lei rise, amara.
«È facile dirlo. Tu hai avuto i nonni che ti aiutavano.»
«Tuo padre faceva i turni e io cucivo pantaloni in casa fino a mezzanotte. Mia madre veniva quando poteva, non ogni giorno. E non le ho mai chiesto di rinunciare alla sua vita.»
Laura si appoggiò al lavello. Per la prima volta sembrò non avere una risposta pronta.
«Io non ce la faccio, mamma.»
La sua voce cambiò. Non era più rabbia. Era paura.
Le presi la mano.
«Ce la farai. Ma non posso farcela io al posto tuo.»
Il trasloco avvenne un sabato di novembre. Laura non venne. Matteo portò i bambini per un’ora. Elisa mi regalò un disegno della casa nuova con quattro persone sul terrazzo: io, Gianni, lei e Tommaso.
«La mamma dice che adesso sei lontana.»
«Sono a quaranta minuti, amore mio. E il sabato potete dormire qui.»
Tommaso guardò Gianni.
«Sai fare le frittelle?»
«Malissimo,» rispose lui. «Tua nonna dovrà salvarci.»
Fu la prima volta che risi quel giorno.
I mesi successivi furono duri. Laura e Matteo iscrissero i bambini al doposcuola tre volte a settimana. Matteo chiese un cambio di turno. Rinunciarono a qualche cena fuori e assunsero una ragazza del quartiere per le emergenze. Io continuai a prendere i bambini il mercoledì e un fine settimana sì e uno no.
Non era l’abbandono che Laura aveva immaginato. Era un confine.
Una sera mi telefonò mentre preparavo la pasta e ceci. Sentivo i bambini litigare in sottofondo.
«Mamma, domani riesci a prendere Tommaso?»
«Domani ho una visita medica. Posso venerdì.»
Ci fu una pausa. Mi preparai alla solita accusa.
«Va bene,» disse invece. «Chiedo a Matteo di entrare più tardi.»
Poi aggiunse piano: «Come stai con Gianni?»
Mi si strinse la gola.
«Bene. Sto bene davvero.»
«Sono contenta.»
Non mi chiese scusa quel giorno. Lo fece molto tempo dopo, sul mio terrazzo, mentre guardavamo Elisa annaffiare i gerani ormai rifioriti.
«Pensavo che essere mia madre significasse esserci sempre.»
«Ci sono sempre. Solo non sono sempre disponibile.»
Laura annuì. Aveva capito la differenza, finalmente. Forse l’avevo capita anch’io soltanto allora.
A volte mi domando perché una madre debba sentirsi colpevole appena prova a scegliere anche se stessa. Voi cosa avreste fatto al mio posto: sareste rimasti per i figli o avreste difeso il diritto di ricominciare a vivere?