Mia madre aveva già chiamato un agente per vendere casa mia: quel giorno ho scelto mio marito e i miei figli
«Signora Elena, sua madre mi ha già spiegato che avete una certa urgenza. Se vuole, comincio dalle camere.»
L’uomo con la cartellina blu era in piedi nel mio ingresso. Mia madre, seduta al tavolo della cucina, teneva le mani intrecciate sopra la borsa e non mi guardava.
Io ero appena tornata dal lavoro. Avevo ancora il giubbotto addosso e le chiavi strette nel pugno.
«Quale urgenza?» chiesi.
L’agente immobiliare abbassò gli occhi. Mia madre sospirò come se fossi io quella difficile.
«Gli ho chiesto una valutazione. Solo una valutazione, Elena. Non fare una scenata.»
Casa mia. La casa che io e mio marito Paolo avevamo comprato a Carpi dopo anni di affitto, rinunce e sabati passati a montare mobili usati. La casa per cui pagavamo ancora settecentoventi euro di mutuo al mese. Lei aveva chiamato un estraneo per metterci un prezzo senza nemmeno avvisarmi.
«Fuori», dissi all’uomo.
Lui farfugliò delle scuse e se ne andò in fretta. Quando chiusi la porta, mia madre si alzò.
«Se mi succede qualcosa e mi trovano morta dopo tre giorni, ricordati questo momento.»
Era così da quasi un anno.
Mia madre Mirella viveva sola a Modena, nell’appartamento dove ero cresciuta. Aveva settantadue anni, l’artrosi alle ginocchia, la pressione alta e una paura enorme di invecchiare. Dopo un ricovero per un’aritmia, i medici avevano detto che poteva continuare a vivere da sola, con controlli regolari e qualche aiuto.
Per lei, però, l’unica soluzione ero diventata io.
La chiamavo ogni mattina. Il martedì la accompagnavo a fare la spesa. Una volta al mese prendevo un permesso per le visite. Se aveva bisogno di medicine, correvo dopo il lavoro. Da Carpi a Modena non era un viaggio impossibile, ma tra traffico, benzina e impegni diventava pesante.
Non bastava mai.
«Vendete quella casa e prendete un appartamento qui vicino. Anche piccolo. I bambini possono cambiare scuola.»
Lo diceva al telefono, durante il pranzo della domenica, persino davanti a Chiara e Matteo.
Paolo all’inizio cercava di restare calmo.
«Mirella, io lavoro a Correggio. Da Modena passerei due ore al giorno in macchina.»
«Tutti lavorano, Paolo. Non sei l’unico.»
«E i ragazzi? Chiara è in seconda media. Matteo ha appena iniziato la quinta.»
«I bambini si abituano. Una madre, invece, quando muore non torna.»
Dopo la visita dell’agente immobiliare, Paolo esplose.
«Tua madre vuole decidere dove viviamo, dove lavoriamo e perfino in quale scuola mandiamo i nostri figli. E tu continui a dirle che ci penserai.»
«Perché sta male!» gridai.
«E noi come stiamo, Elena?»
Indicò il corridoio. Chiara era ferma vicino alla porta della sua camera, pallida. Matteo si era seduto sui gradini con lo zaino ancora sulle spalle.
Quella sera Chiara mi chiese se avrebbe dovuto lasciare le sue amiche.
«La nonna ha detto che se non ci trasferiamo potrebbe morire.»
Mi si chiuse lo stomaco.
Le promisi che nessuno l’avrebbe portata via. Ma non ero sicura di riuscire a mantenere quella promessa, perché una parte di me continuava a sentire la voce di mia madre: dopo tutto quello che ho fatto per te.
Era vero. Quando ero piccola, dopo che mio padre ci aveva lasciate, Mirella aveva lavorato in una mensa e fatto pulizie la sera. Non comprava mai niente per sé. Mi aveva aiutata con l’anticipo della casa, cinquemila euro messi da parte in anni. Ogni sua richiesta portava con sé il peso di quei sacrifici.
Mia sorella Silvia, invece, viveva a Reggio Emilia e compariva soprattutto a Natale e Pasqua. Diceva che con il suo lavoro in farmacia non riusciva a prendere permessi. Telefonava a mamma due volte alla settimana e si considerava presente.
Quando le chiedevo aiuto, rispondeva: «Tu sei più vicina.»
Ventidue chilometri erano diventati una condanna.
La crisi vera arrivò una notte di febbraio. Mia madre mi chiamò piangendo, dicendo che non respirava. Corsi a Modena in pigiama sotto il cappotto, lasciando Paolo con i bambini. Al pronto soccorso scoprimmo che era stato un attacco d’ansia.
Mentre aspettavamo le dimissioni, lei mi prese la mano.
«Se abitassi accanto a me, non avrei paura.»
«Mamma, possiamo cercare un’assistente per qualche ora.»
Ritirò la mano.
«Una sconosciuta? Io ho cresciuto due figlie per farmi lavare da una sconosciuta?»
Tornai a casa alle quattro. Paolo era seduto in cucina al buio.
«Non posso più vivere aspettando la prossima telefonata», disse. «Ti amo, ma così stai lasciando che tua madre entri nel nostro matrimonio. E io non so quanto resisto.»
Non era una minaccia. Era peggio: era stanchezza.
Il mattino dopo trovai Matteo con il mal di pancia. Non voleva andare a scuola perché temeva che, al ritorno, avremmo già deciso di traslocare. In quel momento capii che, nel tentativo di non far soffrire mia madre, stavo facendo ammalare di paura i miei figli.
Chiamai Silvia.
«Domenica vieni a Modena. Non è un invito.»
Ci incontrammo tutte e tre a casa di mamma. Portai un foglio con i costi di un’assistente, i turni possibili e i numeri dei servizi comunali. Silvia provò subito a tirarsi indietro.
«Io ho poco spazio.»
«Hai una camera libera da quando tuo figlio Andrea è andato a vivere da solo.»
Mia madre batté una mano sul tavolo.
«Io non sono un pacco da spostare!»
«No, mamma. Ma nemmeno io.»
La voce mi tremava, però continuai.
«Non venderò casa. Non cambierò scuola a Chiara e Matteo. Non costringerò Paolo a lasciare il lavoro. Posso venire un giorno alla settimana e occuparmi delle visite, ma non sarò più disponibile a ogni ora.»
Lei cominciò a piangere.
«Allora vuoi liberarti di me.»
«Voglio smettere di perdere me stessa.»
Silvia rimase in silenzio. Poi confessò che avrebbe potuto chiedere una modifica dei turni già da mesi, ma non l’aveva fatto perché sapeva che avrei risolto tutto io.
Quelle parole mi fecero più male delle accuse di mamma.
Dopo settimane di discussioni, Mirella accettò di trasferirsi temporaneamente da Silvia. L’appartamento di Reggio Emilia aveva l’ascensore, una camera libera e una farmacia sotto casa. “Temporaneamente” diventò stabile quando mia madre cominciò a frequentare un centro per anziani del quartiere e conobbe altre donne con cui giocare a carte.
Con me rimase fredda per mesi. Durante le telefonate rispondeva a monosillabi. Ma Chiara smise di chiedermi se doveva salutare le amiche. Matteo non ebbe più mal di pancia. Paolo tornò a sedersi accanto a me sul divano, senza quel muro invisibile tra noi.
A volte il senso di colpa torna, soprattutto la sera. Poi guardo la mia famiglia e mi domando: essere una buona figlia significa davvero sacrificare la serenità dei propri figli?
Io ho scelto di mettere un limite. Voi, al mio posto, avreste fatto lo stesso?