Mi chiamava “solo una parrucchiera” davanti a tutti, finché una sera ho capito che non era una battuta: era il modo in cui mi stava spegnendo

«Dai, non fatele domande complicate sui mutui e sulle tasse, lei fa i capelli, mica economia.»

Lo disse ridendo, con il bicchiere di vino in mano, mentre al tavolo scoppiavano quelle risatine mezze educate, mezze imbarazzate che fanno ancora più male. Io ero seduta accanto a lui, con la forchetta sospesa. Sentii proprio il calore salirmi dal petto fino alle orecchie.

Sua sorella abbassò gli occhi sul piatto. Sua madre fece finta di niente e chiese se qualcuno voleva altra lasagna. E io sorrisi. Sì, sorrisi anche quella volta. Il solito sorriso stretto, quello che usi quando non vuoi fare scena.

Lui mi diede una pacca sul ginocchio sotto il tavolo.

«Amore, dai. Si scherza.»

Era sempre così.

Io mi chiamo Giada, ho trentadue anni e faccio la parrucchiera da quando ne avevo diciannove. Non per passatempo, non perché non sapessi cos’altro fare. L’ho scelto. Ho iniziato spazzando capelli da terra in un negozio piccolo a Bologna, poi ho fatto corsi, giornate intere in piedi, mani rovinate dall’acqua e dai prodotti, schiene spezzate a Natale e nei sabati prima dei matrimoni. E dopo anni di sacrifici ero riuscita ad aprire un mio salone in zona Mazzini. Piccolo, ma mio.

Lui invece, Davide, lavorava nell’ufficio commerciale dell’azienda di suo zio. Camicie stirate bene, parole giuste al momento giusto, quella sicurezza che all’inizio mi aveva incantata. Quando l’ho conosciuto, mi faceva sentire vista. Diceva che amava il fatto che fossi pratica, concreta, una che si era fatta da sola.

Poi qualcosa è cambiato. O forse c’era già e io non lo volevo vedere.

All’inizio erano battute leggere.

«Beata te che lavori chiacchierando.»

Oppure:

«Vabbè, il tuo non è un lavoro stressante come il mio.»

Io rispondevo ridendo.

«Vieni a fare dodici ore in piedi il 23 dicembre, poi ne riparliamo.»

Lui mi baciava sulla fronte, come si fa con i bambini capricciosi.

«Ecco, ti scaldi subito. Mamma mia quanto sei permalosa.»

Quella parola ha iniziato a entrarmi dentro. Permalosa. Sensibile. Esagerata.

Quando tornavo a casa stanca morta, con le dita indolenzite per phon, tinte e pieghe, lui trovava sempre il modo di farmi sentire meno.

«Ancora non hai sistemato la contabilità?»

«Con tutti i soldi che spendono le signore per farsi bionde, dovresti essere già ricca.»

«Sì, però devi pensare a fare un salto di qualità, non puoi restare per sempre quella che mette le forcine.»

Quella che mette le forcine.

Me lo ricordo bene perché ero in cucina, stavo tagliando le zucchine e mi sono fermata con il coltello in mano. L’ho guardato e ho detto piano:

«Io non metto forcine, Davide. Gestisco un’attività.»

Lui ha alzato le spalle.

«Madonna, era per dire.»

Il problema è che non era mai “per dire”. Ogni battuta aveva lo stesso bersaglio. Me.

Soprattutto davanti agli altri. Con i suoi amici era anche peggio. Una sera, aperitivo sui colli, uno di loro mi chiese come stesse andando il salone. Stavo raccontando che volevo prendere la stanza accanto per fare anche trattamenti estetici, una cosa a cui pensavo da mesi, quando Davide mi interruppe.

«Giada ha sempre mille idee. Lei aprirebbe pure a Ferragosto pur di far fare la piega a mezza Bologna.»

Risate.

Poi aggiunse:

«Comunque oh, meno male che ci sono io a farle mettere i piedi per terra.»

Quella frase mi rimase addosso tutta la sera. Non tanto per il tono. Perché era vera, ma al contrario. Io con lui stavo imparando a dubitare di tutto. Anche di cose che da sola avevo sempre saputo fare.

Nel mio salone le clienti mi vedevano diversa.

«Giada, tutto bene? Ti vedo spenta.»

«Hai una faccia stanca, tesoro.»

Io minimizzavo. Il negozio andava bene, ma io avevo smesso di parlarne con entusiasmo. Come se ogni progetto, prima ancora di nascere, sentisse già la sua voce sopra.

Una domenica sono andata a pranzo dai miei genitori a San Lazzaro. C’erano anche mia sorella Elisa e suo marito. Mio padre mi chiese come andassero le cose e io, finalmente un po’ contenta, raccontai che la proprietaria del locale accanto forse mi avrebbe affittato lo spazio da primavera.

Mia madre sorrise subito.

«Sarebbe bellissimo. Te lo meriti.»

Davide, con quel sorrisetto che ormai conoscevo a memoria, si pulì la bocca col tovagliolo e disse:

«Sì, bellissimo, basta che poi non venga a piangere da me se i conti non tornano. Giada è bravissima con spazzole e phon, ma con i numeri… lasciamo stare.»

Silenzio.

Mio padre posò la forchetta.

Elisa lo guardò malissimo.

Io sentii proprio qualcosa rompersi. Non forte, non in modo plateale. Una cosa secca, interna. Perché in quel momento ho visto la faccia di mia madre. Non arrabbiata. Addolorata. Come se stesse assistendo a qualcosa che io non riuscivo ancora ad ammettere.

«I conti del mio negozio li pago io da quattro anni,» dissi.

La mia voce tremava, e la cosa mi fece rabbia.

«L’affitto lo pago io. I contributi li pago io. Le dipendenti le pago io. E non sono mai venuta a piangere da te.»

Davide rise piano, incredulo.

«Ecco. La solita scenata per una battuta.»

«No,» disse mia sorella, prima di me. «La scenata la fai tu ogni volta che devi umiliarla.»

Lui si girò verso di lei.

«Ma stiamo scherzando?»

«No, Davide,» intervenne mio padre, calmissimo. «Qua l’unico che scherza sempre nello stesso modo sei tu.»

Io avrei voluto sparire e abbracciare tutti insieme, nello stesso momento. Mi bruciavano gli occhi. Davide si alzò, prese le chiavi della macchina e disse:

«Quando hai finito di fare la vittima, chiamami.»

Se ne andò sbattendo la porta.

Quel pomeriggio non l’ho chiamato.

Sono rimasta nella cameretta di casa dei miei, quella con ancora le vecchie tende a fiori, e ho riguardato la nostra chat. Mesi di frecciate travestite da ironia. Messaggi in cui mi correggeva, mi prendeva in giro, ridimensionava tutto. E io lì a giustificare, a smussare, a tenermi buona pur di non litigare.

La cosa più dura da accettare non è stata capire che lui mi mancava di rispetto.

È stato capire che io mi ero abituata.

La sera è venuto sotto casa mia. Mi ha scritto: “Scendi”. Sono scesa.

Era appoggiato alla macchina, nervoso.

«Allora? Ti è passata?»

Quelle parole mi hanno gelata più di un insulto.

«No. Mi è passata un’altra cosa.»

«Giada, per favore, non fare drammi. Lo sai come sono fatto.»

«Sì. Adesso lo so.»

Provò ad avvicinarsi, sbuffando.

«Ma ti senti? Per due battute stai buttando via tutto?»

Io lo guardai e per la prima volta non vidi l’uomo di cui ero innamorata. Vidi una persona che aveva bisogno di sentirmi più piccola per stare comodo.

«Non ti lascio per due battute. Ti lascio per tutte le volte in cui mi hai fatto sentire stupida e poi hai dato la colpa alla mia sensibilità.»

Lui scosse la testa.

«Sei influenzata dalla tua famiglia.»

«Magari. Almeno loro mi rispettano.»

Non disse niente per qualche secondo. Poi fece una risata cattiva, breve.

«Vedrai che da sola non è così facile come credi.»

Quella frase, assurdo, mi ha dato forza.

«Da sola ci sono già stata. E mi è andata meglio che con te.»

Sono risalita senza voltarmi.

I primi tempi sono stati duri. Non faccio la forte per finta. La sera piangevo. Mi mancava la routine, mi mancava perfino il rumore delle sue chiavi sul mobile dell’ingresso. Ho avuto paura di aver esagerato, paura di essermi giocata una storia importante per orgoglio. Poi però arrivava il mattino, aprivo il salone, alzavo la serranda e sentivo l’odore di shampoo, caffè e lacca, e piano piano tornavo a respirare.

Ho preso davvero in affitto il locale accanto.

Ho fatto un piccolo prestito, ho rifatto il pavimento, messo due postazioni nuove e una cabina per i trattamenti viso. Ho litigato con il muratore per i tempi, ho rifatto i conti venti volte, ho passato notti a scegliere specchi, colori, lampade. Ero stanca, sì. Terrorizzata pure. Ma viva.

Il giorno dell’inaugurazione mia madre piangeva più di me. Mio padre continuava a dire a tutti:

«Questa è mia figlia.»

Elisa mi strinse forte e mi sussurrò:

«Adesso ti si vede di nuovo.»

Forse era questo il punto. Con Davide stavo diventando invisibile a me stessa.

Ogni tanto qualcuno mi dice che magari lui non era cattivo, che forse scherzava davvero. Può darsi. Ma se una persona ride mentre tu ti senti sempre più piccola, quella non è leggerezza. È mancanza di cura. E l’amore senza cura, per me, non è amore.

Ci ho messo tempo a capirlo. Però l’ho capito.

Voi al mio posto quanto avreste resistito? E quante volte noi donne chiamiamo “battute” cose che in realtà ci stanno scavando dentro ogni giorno?